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SCUOLA/ Se i nativi digitali vanno fuori di testa, comprategli un cane

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Nella ricostruzione di una totalità della relazione, rispetto alla quale la patologia costituisce la deformazione abnorme del momento parziale.

Si può dunque dire che la terapia consiste in un ritorno alla «realtà-realtà», oltre la sua riduzione virtuale?

È esattamente questo. La terapia è una riabilitazione delle emozioni, della capacità di riconoscerle dando ad esse un nome. Le emozioni sono le grandi assenti nelle relazioni web-mediate, perché sono esperibili soltanto con il corpo fisicamente presente. Le persone che preferiscono la relazione web-mediata a quella della presenza in toto sono soggetti che hanno un preesistente problema con le emozioni, il quale si cronicizza con internet, ma che spesso è stato introdotto con il frapporsi del monitor nel rapporto figli-genitori. Esempio classico: il genitore che non ha voglia di giocare col figlio e lo piazza davanti ad uno schermo sul quale fa andare un dvd.

E a quel punto il «rispecchiamento» delle emozioni avviene in modo diverso.

Sì. Non è una madre che dice: «perché piangi?» a fare da specchio, ma un monitor. E lo fa in maniera totalmente diversa.

Che ruolo ha in queste patologie il rapporto con la natura?

È completamente assente, esattamente come lo è quello con la sessualità e come lo è, per quanto strano possa sembrare, quello con altre droghe. Mentre chi si «fa» di cocaina può dipendere anche dal gioco d’azzardo o avere una sessualità compulsiva, nel caso di web-dipendenza non ho mai riscontrato fenomeni di co-dipendenza.

Viceversa che funzione può avere la natura nella terapia?

Importantissimo, perché la natura è un mondo di emozioni. Ho insistito con la madre di un paziente perché gli comprasse un cane. Badare a un cane significa usare le mani, toccarlo, sentirne l’odore; «contattarlo», viverlo. Guarire vuol dire passare dalla manualità confinata alla console, dalla quale dipende la sopravvivenza virtuale dell’avatar, a quella che interessa un essere vivente che vive anch’esso di vita propria. Come la nostra.

Qual è la sfida educativa che emerge da questo compito?

Dobbiamo rassegnarci al fatto che se vogliamo essere noi stessi non possiamo essere onnipotenti. Il nostro essere noi stessi è delimitato dai nostri limiti. Dobbiamo rispettarli. Essi sono i nostri confini, non i nostri deficit.

(Jonah Lynch, Federico Ferraù)



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