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SCUOLA/ Vittadini: i test Invalsi possono davvero migliorare la scuola

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Nella scuola non tutto è testabile, ma i test sono utili (immagine d'archivio)  Nella scuola non tutto è testabile, ma i test sono utili (immagine d'archivio)

La serie di test predisposti dall’Invalsi, da quest’anno anche per la valutazione degli alunni della scuola superiore, è in questi giorni oggetto di critica. È stato affermato che negli Usa, patria dei test, tale metodologia di valutazione sarebbe superata. Ad onor del vero, negli Stati Uniti si contrappongono diverse posizioni: da quelle estremiste che vorrebbero disegni sperimentali in educazione, così come avviene in medicina per testare le malattie, a quelli che ne chiedono l’abolizione in favore di valutazioni solo qualitative.
In ogni caso, oltre oceano continua a prevalere la tendenza all’uso di test come strumento per una valutazione quantitativa della preparazione scolastica che viene integrata a quella qualitativa. Per iscriversi alle università occorre esibire agli atenei il punteggio conseguito nel Gmat, un insieme di test per determinare l'attitudine personale a livello universitario e post-universitario; una delle prove per diventare medico è basata su 4000 test a risposta chiusa... Tornando al contesto scolastico, la metodologia dei test è stata utilizzata almeno dagli anni 60 dalla Iea (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) e poi nell’Ocse-Pisa, la cui attendibilità non solo non è mai stata messa in discussione, ma anzi è considerata al punto che sui risultati di tali sistemi di valutazione si basano studi di ricercatori di molte parti del mondo. In Australia, sulla base di test sulla preparazione scolastica, si sono riorganizzati i curricula scolastici in modo che seguissero l’ordine di difficoltà degli argomenti e delle abilità. L’agenzia australiana Acer, che ha condotto questo studio, è autorevole al punto da avere l’incarico di trattare statisticamente i dati Pisa.



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COMMENTI
24/05/2011 - Il titolo è in contrasto con la conclusione (Vincenzo Pascuzzi)

Mi sembra che il titolo dell’articolo sia in palese contrasto, o almeno divergente, rispetto alla conclusione “se è utopistico pensare …”. La strumento non è stato usato né con moderazione (2.200.000 studenti testati) né cum grano salis (non ci sarebbero state le proteste, né la rivolta o boicottaggio); peraltro su questo punto l’autore è reticente. Chi e in che modo verrebbe aiutato a “conoscersi” e “correggersi”? Poi con quali modalità e mezzi avverrebbe il miglioramento? Nessun termometro scaccia la febbre.

 
24/05/2011 - Contestualizzare l'attività Invalsi (enrico maranzana)

“Perché opporsi a uno strumento che, se usato con moderazione e cum grano salis, può aiutare a conoscersi, correggersi, migliorare?”. Le prove invalsi operano un controllo esterno, vale a dire osservano l’efficacia del servizio scolastico; valutano il grado di conseguimento dei traguardi istituzionali. Qui sta il problema: non esiste coincidenza tra quanto si fa nelle aule scolastiche e l’orientamento dell’accertamento Invalsi. Il concetto di competenza, finalità del sistema scuola, non è univoco ma confuso: l’accezione mutuata dal parlamento europeo, a cui i programmi ministeriali del 2010 fanno esplicito riferimento, diverge da quella desumibile dalla legge [CFR in rete “Competenze poche idee ben confuse”]. L’Invalsi è un organismo consultivo del Miur: le direttive che il ministero ha fornito alle scuole dovrebbero essere il fondamento del suo lavoro. Ma non è così: le indicazioni nazionali orientano la didattica al “conoscere”, “approfondire”, “comprendere” .. mentre i test rilevano comportamenti molto più sottili [CFR in rete “Prove Invalsi: un’occasione per ristrutturare la scuola”].