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SCUOLA/ 1. Quei "19 disoccupati" che spingono sull’acceleratore della riforma

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Perciò l’introduzione dell’autonomia delle Università con la l. 168/1989 era stata salutata come la vera possibilità di cambiamento: la sfida era proprio quella di poter attraverso l’autonomia organizzare più efficacemente la propria offerta formativa e, al fondo, innalzare qualità degli studi e del sistema.

Quella sfida non è stata colta, almeno da gran parte delle università italiane. Negli anni recenti l’aumento dell’offerta formativa è stato accompagnato da un incremento considerevole del personale docente. Ma né l’uno né l’altro fattore sono stati controbilanciati in positivo da altri: ad una offerta formativa in costante aumento non hanno corrisposto dati omogenei dell’aumento del numero dei laureati.

Tra le tante ragioni di questo sviluppo irresponsabile dell’autonomia ve n’è una che prevale su tutte: è mancato il “governo” del sistema. Basti pensare allo sviluppo incoerente delle sedi decentrate,  mai osteggiato seriamente dal ministero attraverso programmazioni coerenti. È mancata un’azione di governo che si ponesse all’inizio dei processi (dettando le finalità e gli obiettivi) che monitorasse gli stessi e che li valutasse seriamente attraverso incentivi o sanzioni.

La recente legge di riforma solo in parte si colloca in tale prospettiva, e più precisamente nella prima parte di revisione della governance universitaria. Un sistema differenziato e competitivo infatti richiede una condizione imprescindibile: l’esistenza di un reale governo del sistema. Ed è questo, al momento, il grande assente nella legge di riforma. Il nostro sistema universitario, infatti, ha un ministro, ma non ha un ministero. Non ha, cioè, quell’insieme di strumenti, organi, procedure che consentano di poter efficacemente monitorare e valutare gli esiti ed effetti per poi consegnarli alla politica.



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