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SCUOLA/ 2. Cosa fanno i prof per limitare la fuga dalle classi?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Dopo questa denuncia dell’Istat c’è davvero da andare all’attacco, portando senza remore la sfida al cuore dell’insegnamento, così che entrare in classe significhi, come diceva don Luigi Giussani, iniziare ad insegnare “con una precisione circa la verità di quel che [l’insegnante] dice, con un amore alla verità di quel che dice e, perciò, con più poesia (poesia nel senso generale del termine); con più amore a chi ha davanti, perciò con più pazienza, con più adattabilità, pronto a valorizzare osservazioni che venissero dagli scolari, pronto a rispondere a domande insistenti, anche troppo analitiche, che gli scolari facessero: insomma, una disponibilità alle esigenze della scolaresca che si chiama carità”.

È quello che ogni studente attende: sarebbe il punto di svolta per la scuola, perché incontrare un insegnante capace di uno sguardo di simpatia totale è la cosa che può salvare oggi tanti giovani dal lento decadere nell’insuccesso scolastico e in quello esistenziale.

 

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COMMENTI
26/05/2011 - Giovani e Prof (Milco Fadda)

Ho partecipato a un consiglio di classe genitori-alunni-insegnanti scuola superiore. Tutti gli insegnanti dicono che i giovani negli ultimi 20 anni (quindi rispetto a noi genitori) sono cambiati tantissimo, sono cresciuti più velocemente di noi, sono cresciuti in un mondo molto diverso dal nostro. Verissimo! Cosa mi ha fatto "star male?". Vedere (e capire) che purtroppo ci sono anche gli stessi insegnanti di 20 anni fa... insegnanti vecchi dentro, completamente superati e quindi irrimediabilmente troppo indietro mentre i nostri giovani "crescono" velocissimamente.

 
25/05/2011 - Sacrosanto, come dappertutto (alberto fornari)

E' l'unica posizione vera, umana. L'unica praticabile, che apre ad una continua novità. Come in qualsiasi situazione che ci sia data, d'altra parte. E infatti porla in diretta connessione con la dispersione scolastica mi sembra ambiguo. Guardando seriamente negli occhi i miei alunni, puntando sulla loro umanità, trattandoli con carità (con tutti i miei limiti, naturalmente), ho riscontrato novità sorprendenti di umanità rifiorita. Ma dopo nove mesi di scuola, proprio per continuare con questa stessa posizione umana nei loro confronti, agli scrutini mi adoprerò a farne bocciare almeno la metà per ogni classe. Perchè la realtà è testarda e si oppone ad ogni buonismo. E sarebbe prenderli in giro regalando loro una finta promozione. Nel tempo, penso parecchio tempo, nessuno sa quanto, la carità farà diminuire la dispersione scolastica. Al momento fa rinascere delle persone. Ed è già il massimo.

 
25/05/2011 - Occhi negli occhi (cristina casaschi)

Quel che dici, quel che vivi e che proponi, Gianni, è molto vero. E' essenziale. Eppure... MI capita di fare osservazione nelle classi e -puoi crederlo?- più e più insegnanti entrano in classe senza salutare, senza rivolgere uno sguardo a coloro che incontrano nel loro itinerario tra aule e mondi differenti, senza condividere, prima ancora che un'esperienza, un Buongiorno. E un Buongiorno spesso contribuisce a renderlo davvero buono, quel giorno. Non solo per i ragazzi, ma anche per l'anima ricca, spesso troppo celata, di un docente.

 
25/05/2011 - Qualche riflessione dovrà pur farla il Miur (Vincenzo Pascuzzi)

Qualche riflessione dovranno pur farla anche il Miur e il governo, o no? La responsabilità deve ricadere solo sui docenti? Il maggior affollamento delle classi dovuto ai tagli e il permanere di un precariato abnorme non hanno forse ricadute negative sugli apprendimenti, sul profitto e poi sugli abbandoni? Prendersela solo con gli insegnanti mi sembra, oltre che ingiusto, demagogico, pilatesco e non aiuta ad affrontare il problema.

RISPOSTA:

Ringrazio per le osservazioni, sono sempre più certo che la questione seria della scuola è lo sguardo di ogni insegnante. Occorre che ci chiediamo, noi insegnanti, se la modalità con cui entrare in classe ogni mattina dipenda dalla riforma, dal registro online, dall'avere studenti perfetti, da un Dirigente paziente o se stia tutta in noi, nello sguardo che decidiamo di avere verso ognuno dei nostri studenti. Che la scuola italiana debba essere migliore di quella che faticosamente oggi arranca è una evidenza, ma non sarà una scuola migliore a rendere il nostro sguardo di simpatia totale. Non lo sarà proprio, il che non vuol dire che non ci impegneremo per renderla migliore, ma ben sapendo che uno sguardo di simpatia lo posso avere da subito, dipende da me! Per questo è ora che noi insegnanti ci decidiamo a guardare uno ad uno i nostri studenti valorizzando il positivo che sono. GM