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SCUOLA/ Fa più paura l’Invalsi o Virginia Woolf?

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Seconda sottolineatura, che rischia di essere tautologica. Le prove Invalsi testano alcuni apprendimenti (in lingua solo una parte degli apprendimenti disciplinari). Tale chiarezza è importante per riconoscere l’area di apprendimenti su cui valutare gli alunni. Diversamente un insegnante, a fronte di risultati negativi o poco lusinghieri raggiunti dagli alunni, può mettere in discussione processi e risultati dell’apprendimento degli alunni nel loro complesso. Ciò sarebbe scorretto sia in relazione ad una valutazione degli alunni, sia per una revisione della propria azione didattica.

In aggiunta alla positività della rilevazione Invalsi, sostenuta da più parti e condivisibile, si può guardare da un altro punto di vista l’impegno degli alunni di fronte alle prove nazionali. Il fatto che gli alunni possano non essere preparati e/o abituati a test strutturati in un certo modo può diventare un’occasione interessante per registrare una macro-competenza e un pensiero divergente, non lineare, negli alunni.

Vale a dire. Porre gli studenti di fronte ad un compito non usuale (almeno nella forma) crea una situazione concreta in cui lo studente può manifestare e dimostrare una competenza non solo disciplinare ma globale. Se il D.M. 9 del 2010 presenta tre livelli di progressione di una competenza, si può osservare la definizione del livello “intermedio” che il DM così descrive. “Lo studente svolge compiti e risolve problemi complessi in situazioni note, compie scelte consapevoli, mostrando di saper utilizzare le conoscenze e le abilità acquisite”. “Sfruttiamo” le prove Invalsi come occasione di elicitazione e manifestazione di competenze anche superordinate alla singola disciplina. Partendo dalla convinzione che, prima ancora che un addestramento, la scuola deve offrire agli alunni occasioni di messa alla prova, di misurarsi anche con il non noto, con il sostegno di coach d’eccezione quali possono essere i docenti. E da un’altrettanto importante convinzione: gli alunni, i ragazzi, hanno un pensiero e strategie molto più numerose ed efficaci di quanto non si immagini. E gli stessi sono disposti a “rischiare” se non sono solo “valutati” ragionieristicamente, ma aiutati a conoscere ed essere consapevoli delle proprie potenzialità e dei propri limiti.



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COMMENTI
26/05/2011 - Invalsi: diagnostica in eccesso ma nessuna terapia (Vincenzo Pascuzzi)

.... Se le conclusioni Invalsi-Accademia della Crusca (su un campione Istat) sono valide (e lo sono, fino a che qualcuno non dimostra il contrario!), sorgono due domande: 1) come è possibile che i 2/3 dei maturati dai licei (dai licei!) non sappiano scrivere? e 2) quali provvedimenti hanno adottato o stanno attuando governo e Miur per porre rimedio a questa situazione? La risposta alla 1a domanda può essere: la causa va ricercata nella inefficienza dell’interazione didattica (unita allo scarso studio da parte dei ragazzi) cui si aggiungono valutazioni troppo benevole e condiscendenti e sufficienze non dovute, cioè gli alunni vengono promossi (anno per anno e anche all’esame finale) pur non meritandolo. Ciò accade perché le scuole sono nella condizione di non poter bocciare oltre un certo limite (3). Questa situazione si riscontra per una percentuale spaventosa di alunni, è insieme causa ed effetto dell’abbassamento dei livelli di istruzione, ha prodotto una assuefazione occultata con la quale convive (rassegnato e costretto?) il nostro sistema scuola. La 2a domanda non ha risposta. Cioè governo e Miur non stanno facendo nulla, anzi stanno riducendo le risorse e vanno perciò nella direzione diametralmente opposta. In particolare, non risultano azioni volte alla riduzione della dispersione scolastica. Se si riducesse la dispersione, tutto il sistema scuola ne ricaverebbe vantaggio e sollievo. .... leggi tutto: http://www.orizzontescuola.it/node/16305