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EDUCAZIONE/ Perché la famiglia ha delegato tutto a una scuola che non c’è?

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Le "mine vaganti" di cui parla Cesare Fiumi (Ansa)  Le "mine vaganti" di cui parla Cesare Fiumi (Ansa)

E’ una generazione che è stata lasciata sola, abbandonata, o è un giudizio eccessivo?

E’ una generazione che vive un individualismo esasperato e non è in grado di aver alcun dialogo comune. Il  loro io non tiene conto dell’esistenza di milioni di altri io al mondo, non hanno la percezione delle conseguenze dei loro gesti, non hanno futuro né prospettiva. Su questo gioca un ruolo anche la situazione economica in cui vivono,  il precariato è diventato un modo di concepire la vita, anche perché questi giovani sono i più colpiti dalla mancanza di lavoro sicuro, cioè tutti quelli tra i 15 e i 25 anni.

Si può dire che una parte di responsabilità per la mancanza di maestri sia dovuta a un lascito dell’esperienza del ‘68, un passaggio storico che ha fatto proprio dell’abbattimento delle figure del maestro e dell’autorità uno dei punti di forza?

Il ‘68 può senz’altro aver influito sulla scomparsa dei maestri. Quando contesti tutto e tutti fai saltare inevitabilmente dei punti di riferimento, è come dare delle bastonate alle fondamenta di un edificio. I cattivi maestri invece ci sono sempre stati. Oggi li troviamo dove non dovrebbero essere, ad esempio in politica, ma quello che manca a questa generazione è principalmente un sentire comune. Anche durante il ’68 o nei momenti di maggior scontro post bellico, penso alla lotta fra Democrazia Cristiana e Partito comunista negli anni 50, c’era sempre un sentimento di valori condivisi che non veniva mai meno, pur nella diversità. Oggi non esiste neanche più la presunzione di incarnare un valore, neanche quella di incarnare un valore che vada contro. Questi ragazzi arrivano a gesti estremi senza saper elaborare il lutto della frustrazione, non hanno voglia di rovesciare il mondo o creare un disvalore. C’è solo la banalità del gesto più feroce possibile. E la società davanti a tutto ciò non sa come reagire: condannare e preoccuparsi non basta. C’è poi da dire che a qualcuno va bene una generazione così fragile perché diventa manodopera per chi fa capolarato della paura.

E la famiglia, che ruolo gioca in tutta questa situazione?

La famiglia, intesa come ruolo di educazione sociale, è del tutto assente. Una volta, anche in situazioni di analfabetismo, la famiglia trasmetteva valori di rispetto, sapeva insegnare che la libertà finisce dove comincia quella degli altri, dava un senso delle regole e non solo delle leggi. La famiglia si è lavata le mani di tutto ciò e ha demandato tutto alla scuola. Mancando il ruolo educativo della famiglia, salta il primo gradino della scala. Lo ha fatto poi in uno dei momenti peggiori della storia, dove la scuola come struttura è stata devastata e impoverita.

C’erano strutture una volta che erano forti punti di aggregazione sociale, penso agli oratori.

Strutture assai importanti. Gli oratori avevano una grande funzione di educazione sociale, lì si praticava un modo di vivere comune e di confronto tra coetanei e poi con gli adulti. La crisi del sacerdozio ha comportato la fine di molte di queste strutture.

Che speranza ha Cesare Fiumi davanti a questo quadro?

Mi sono limitato a raccontare delle storie. Non ho preteso di dare soluzioni. Ma forse solo leggere storie terribili come quelle che ho raccontato potrebbe portare qualcuno a farsi delle domande. Sarebbe già un bel risultato.



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COMMENTI
03/05/2011 - famiglia, scuola o societa? (Claudio Cereda)

Stando in un ITIS mi capita di dovermi occupare indirettamente e, a volte, direttamente di problematiche disciplinari. La mia impressione è che il difetto stia nella società. Non è vero che la scuola e la famiglia non facciano, ma sono prevalenti modelli comportamentali assurdi che si sviluppano in stili di vita in cui non esistono aggregazioni vere. Dove può stare oggi un ragazzino? O in casa a scrivere stupidaggini su Facebook o per strada a bighellanare incerto tra il cazzeggio e la trasgressione. In un episodio recente connesso ad una "bigiata etilica" oltre a non aver acclarato chi aveva comperato i superalcolici (perché si accusavano a vicenda) non ho acclarato nemmeno chi aveva chiamato il 118 perché gli interessati non capivano che la seconda non era una cosa di cui vergognarsi ma un gesto che aveva salvato la vita ad uno di loro.