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SCUOLA/ Svelato il mistero di quei ragazzi che "perdono tempo" all'istituto tecnico

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Nessuna nostalgia per un posto così, per un anestetico così noioso. Per il parco giochi culturali obbligatorio. Per il contenitore di mille discipline disparate senza alcun nesso concreto di unità, e quindi di cultura, o di mille “educazioni alla”, dove quello che mi viene detto è “fai tutto quello che vuoi (che tanto quello che fai non interessa a nessuno), ma per l’amor del Cielo non rischiare”.

Nessuna nostalgia per un luogo da ragazzi. Questa è la prima indicazione di un possibile cambiamento. È paradossale, ma è così: la scuola non deve essere un luogo da ragazzi. “Entrare prestissimo - si noti l’avverbio - nel mondo adulto”. A quattordici o quindici anni (prestissimo, maledizione!), quando si può fare tutto ma non lavorare (cioè maneggiare con un minimo di responsabilità la realtà) c’è gente che vuole entrare nel mondo adulto. Fatto di cose e di rapporti che hanno uno scopo, un’utilità autoesplicante. Più interessante della tele, delle chiacchiere e dei rave party. Fatto di adulti. Non necessariamente di modelli da imitare, di persone iperpreparate, di educatori carismatici e affascinanti. Adulti. La scuola, se vuole essere per i ragazzi, deve essere un luogo di adulti.

Credo sia questo il punto da approfondire, la seconda provocazione costruttiva di cui le parole dei giovani “dispersi” sono portatrici. Provo a evidenziare due dimensioni di questo essere adulti.

Innanzitutto la “casa”. Una casa non è un posto “da ragazzi”, ma se è davvero tale, è il luogo dove questi crescono in modo più armonico. Non è un posto da ragazzi, perché chi ne determina lo stile, gli impegni, i tempi, sono adulti che stanno tentando di progettare e vivere la propria vita. Di uomo e di donna, di padre e di madre. Più seriamente lo fanno, cioè più sono adulti, più i ragazzi “vengono su” meglio.

La prima dimensione credo sia quella del recupero della dimensione della professione dell’insegnante, del suo proprium, che sinteticamente è quello di una testimonianza di senso che ha una dimensione pubblica. Non solo pubblica, rivolta cioè alla collettività, ai figli degli altri, ma anche condivisa con i colleghi. Perchè questo sia possibile però la questione fondamentale non è che ci sia una condivisione sulle idee di fondo (che rischia di essere impossibile, superficiale o ideologica), ma la condivisione (o forse, a questo punto, la ricostruzione...) di obiettivi professionali.



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COMMENTI
30/05/2011 - amaro lascito del marxismo (attilio sangiani)

Mentre insegnavo Diritto ed Economia all'ITC alcuni allievi avevano ottenuto di fare "stages" in banche, durante le vacanze. I sindacati, allora unitari sotto l'egida della Cgil fecero cessare questa "alleanza" con il mondo del lavoro, con il pretesto da "lotta di classe" dello "sfruttamento". La stessa Ggil ed il Pci si opposero srenuamente a consentire l'assolvimento dell'obbligo scolastico nelle scuole professionali, passate alle Regioni. E dire che la pedagogia marxista, in teoria, prevederebbe il lavoro manuale e intellettuale associato al primo, come fattore decisivo nelle crescita dell'uomo. Però prevaleva la fissazione ideologica dello "sfuttamento", sempre e comunque. Cordialmente, as