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SCUOLA/ Tutti al liceo, vittime del Grande Equivoco

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Nei licei oggi si è di fronte ad una duplice tendenza: da un lato c’è chi vorrebbe tornare alla antica tradizione élitistica, rendendo gli studi liceali (insisto sul termine, perché le altre scuole vengono considerate di serie B) più impegnativi e selettivi; dall’altro c’è chi accetta la necessità di adeguarsi alla massa e, come si sa, se si guadagna nel numero si perde in qualità. La tendenza vincente è la seconda, anche perché le promesse di avviare ad un impiego o ad una promozione sociale oggi appaiono poco consistenti, vista la crisi in cui siamo. Gli studenti e le famiglie si comportano di conseguenza: cercano le sezioni “facili” o “difficili ma serie”, secondo le preferenze, in funzione di una prosecuzione degli studi sentita ormai come inevitabile ( magari con rassegnazione). L’aumento dei drop out è un segno della debolezza della scelta operata, e nello stesso tempo della incapacità della scuola di “catturare il soggetto”.

Tuttavia è necessario ben riflettere su questa dicotomia, che così com’è proposta non presenta soluzione, come già viene rilevato nell’articolo di Paolo Ravazzano su questo giornale; egli, dal punto di osservazione di un insegnante di scuola professionale, auspica un superamento dell’alternativa tra otium e negotium. In effetti, una concezione riduttiva del lavoro lo mette fuori gioco: se si considera solo l’aspetto “transitivo” dell’agire umano, si finisce inevitabilmente in un piatto utilitarismo (che, come dimostrato dai fatti, è fallimentare). Ma la praxis umana è sempre anche intransitiva, cioè nell’agire verso l’esterno l’uomo modifica anche se stesso, realizza e diventa se stesso.

Qualunque cosa l’uomo faccia nel suo atto, qualunque cosa ne sia l’effetto o il prodotto, egli nello stesso tempo “produce sempre se stesso e - se così si può dire - forma se stesso, in qualche modo crea se stesso”. Queste affermazioni dell’allora card. Wojtyla ai docenti dell’Università Cattolica di Milano (1977, Il problema del costituirsi della cultura attraverso la praxis umana), aiutano a impostare correttamente il rapporto tra lavoro e cultura: la cultura si costituisce attraverso la praxis umana. Non solo l’attività produttiva ed economica, ma anche la formazione a tale attività può essere ripensata proprio a partire dalla valorizzazione piena del lavoro: la cultura non è altro dal lavoro, se nell’attività lavorativa l’uomo si esprime come uomo.



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COMMENTI
01/06/2011 - e se li abolissimo, i licei? (Vincenzo Pascuzzi)

Iscrivere i figli al liceo è diventata una moda, uno status symbol? Famiglie, studenti e docenti hanno instaurato un circolo virtuoso: i migliori vanno alle scuole migliori e queste risultano migliori proprio perché attraggono i migliori, sia prof e che studenti! Il fatto che “i livelli dell’istruzione liceale sono vertiginosamente crollati” non modifica il giudizio in termini relativi. Per quanto svalutati, i licei risultano ancora più validi e attrattivi rispetto a tecnici e professionali. La fama o la nomea si auto realizzano, continuano il circolo virtuoso. Virtuoso? Sì, relativamente e per chi ne fa parte. Complessivamente (per tutta la scuola e per la nazione) il circolo risulta invece vizioso, negativo e svantaggioso. La realtà è che tecnici e professionali non sono (o non sono considerati, che poi in pratica è – o diventa - lo stesso) istituti di serie A. Da ciò deriva la “massificazione dei licei” - come scrive Silvana La Porta - che danneggia (ma non è la sola causa) sia i licei stessi che l’istruzione tecnica e professionale. A questo punto si potrebbe avanzare l’ipotesi (o la provocazione) di abolire del tutto i licei o almeno il liceo classico. Quest’ultimo in particolare è responsabile, in bene e in male, della polarizzazione prevalentemente umanistica e teorica di tutta la scuola italiana e della situazione distorta segnalata da La Porta. …. leggi tutto l’articolo: http://www.scuolaoggi.org/archivio/pensiamo_al_dopo_gelmini_e_se_li_abolissimo_i_licei

 
31/05/2011 - il pensiero di Nietzsche e Wojtyla (attilio sangiani)

Nietzsche non è un maestro da proporre. Per lui, estremo aristocratico-individualista, la "praxis" era la auto-costruzione ed auto-salvazione dell'uomo. La sua avversione ai licei dipendeva dal fatto che, attraverso di essi, si tramandava una cultura "umanistica" che non solo non era radicalmente individualistica, ma implicava "gli altri" e l'Altro. Nice faceva "tabula rasa" di tale cultura ed arrivava a negare qualsiasi trascendenza e qualsiasi etica che non fosse "autoprodotta" dall'"oltreuomo". Quanto a Wojtyla la sintesi che si legge in questo articolo è assai riduttiva fino alla falsificazione. Manca una parola-chiave: "anche". La persona umana si costruisce "anche" con la praxis. Altrimenti si rischia di iscrivere Giovanni Paolo II° ai movimenti di pensiero che si possono riassumere così: "l'azione precede il pensiero" (fascismo, attualismo di Gentile, marxismo, vitalismo...). Se la "prassi" è analoga alla "charitas", ed il "pensiero o logos" è analogo alla "veritas", Ratzinger ci dice: "veritas in charitate" e "charitas in veritate". Se si rompe il binomio a favore della "veritas" si cade nell'intellettualismo; se in favore della "charitas" si cade ne vitalismo, ecc...

RISPOSTA:

Lungi da me l'intenzione di proporre Nietzsche come maestro! Mi sembra di aver solo detto che aveva già individuato il problema. Senza per nulla condividerne la soluzione. Quanto al card. Wojtyla, pur non ancora Papa, mi guarderei bene dal correggerne il pensiero che afferma la profonda relazione della soggettività umana con Dio, sua vera consistenza. Mio intento era appunto di suggerire una rilettura della profonda lezione di Wojtyla, che contiene una risposta a Nietzsche, ma anche a Marx, e a tutti gli altri elencati... AT