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ISTAT/ Con quale coraggio ci sorprendiamo di figli senza padri?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

CORO
Come sorto dai peggiori incubi del nostro remoto passato si leva la voce del coro. Vien su dal buco, dal nero profondo della città dolente, dal deserto metropolitano, dallo stridore dei tram sui binari, dalla ferraglia arrugginita che langue nei lebbrosari della periferia ossequiosamente attraversata nello squallore d’una sopravvivenza quotidiana; dalla città dolente, sdraiata lungo il nastro grigio della statale trentasei l’etterno dolore si srotola fino al ramo del lago, ai denti aguzzi del Resegone; e poi giù nelle risaie della bassa,nei letamai della pianura padana.
Anche noi, come Crono, divoriamo i nostri figli.
Li estirpiamo nel pensiero, giudicando preferibile un’agiata sterilità al chiasso dei cortili d’un tempo. Li centelliniamo nella quantità e nel momento, a secondo dei metri quadri di spazio e di tempo che abbiamo a disposizione. Li feriamo mortalmente nel ventre che li ospita, senza troppe lacrime, in nome d’una astratta autonomia. Evitiamo di prevederli come ospiti indesiderati, inventando forme bizzarre e inconcludenti d’amore (cultura al posto di natura, si dice). Li sogniamo, quando decidiamo di averne diritto, spuntare da qualche alambicco, a immagine e somiglianza degli attuali standard di bellezza-salute-intelligenza-efficienza.
Quando ci sono, li gettiamo a quattro anni nel mondo adulto, tra le fauci del sesso televisivo, le trame del potere e del denaro raccontate dalla fiction, le amicizie virtuali del social network, che le puoi interrompere a tuo piacimento, quando l’altro diventa troppo concreto. E ci giustifichiamo, dicendo che li proteggiamo con preservativi e cellulare; li difendiamo dai preti, che potrebbero essere potenziali pedofili e dagli insegnanti ingiusti che li fanno smisuratamente lavorare, dai dottori incompetenti che non li curano o li vogliono curare troppo. Così questi bambini -adulti, come il piccolo Pin di Calvino, invecchiano in fretta: indolenti, rancorosi, inaciditi da una vita già finita prima ancora d’averla vissuta, viziati e abbandonati allo stesso tempo. Così finisce che molti di loro si godano anzitempo la loro immeritata pensione, come si può godere d’una condanna a morte, ma pur sempre preferibile al mondo duro e arcigno, che esige lotta e fatica, e che si finisce per odiare, perché se ne ha paura e non lo si capisce.



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