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ISTAT/ Con quale coraggio ci sorprendiamo di figli senza padri?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Noi adulti, nel frattempo, ignari e ottusi, ci godiamo la nostra fanciullezza poco gioiosa: vestiti come ragazzini, parliamo e pensiamo da adolescenti, soddisfiamo i nostri diritti senza darci troppo pensiero e non sappiamo cosa dire, né cosa fare. Quando parliamo della vita e della morte, del futuro o di Dio, sembriamo mostri cresciuti, ben nutriti e accessoriati di tutto, rimasti allo stadio evolutivo dell’infanzia: sentimenti infantili, sogni infantili, incubi infantili, immagini infantili di buoni e cattivi, di angeli e demoni, di vampiri e casalinghe.

EPILOGO
Ci sarebbe da disperare, se non avesse ragione il vecchio Omero, che da qualche migliaio d’anni non cessa di insegnarci che ogni uomo è figlio, indelebilmente, eternamente, anche quando dolorosamente, figlio.
Non del caso, del tempo, delle circostanze, dei meccanismi biologici.
Dell’unica “cosa” di cui si può essere figli: un Padre.
Ma neppure Dio potrebbe esserci d’aiuto se Egli assumendo le fattezze della “santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo” (S. Teresa d’Avila), non avesse, nell’umiliazione del Getsemani, compiuto la sua missione: portare “in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà”, trasformandola  “secondo la volontà di Dio”. E aprendo così “le porte del cielo”, aprendo “il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza” (Benedetto XVI).
Da quel Giovedì Santo si estende nello spazio e nel tempo quella forma compiuta, intera e incolume, di educazione che, appunto, “tira su” la nostra vita, la rialza da terra e la riconduce alla sua autentica statura.
Da quel compito, il nostro compito, di figli e di padri insieme, di cui il viaggio di Dante all’inferno costituisce immagine efficace: l’umanità che si ricostituisce in lui nel suo procedere si contagia tra i dannati, restituendo loro quella dignità di persona che pareva irrimediabilmente perduta.



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