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SCUOLA/ Come fare un buon tema alla maturità? I consigli dell’esperto a studenti e prof

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In certi casi, sì. Un grande didatta, Adriano Colombo, ricordava una volta che in una scuola elementare una bambina non riusciva a separare le parole tra loro - «lacasa», per esempio - e la maestra impiegò due mesi a correggere solo questo aspetto; ed era giusto così, perché evidentemente nell’acquisizione delle regole ortografiche il principio della separazione delle parole è prioritario rispetto agli altri. Questo criterio, in casi gravi, bisognerebbe sforzarsi di applicarlo anche con ragazzi più grandi, quando fanno errori più complessi.

Un’esperienza molto frequente è che uno studente si chieda cos’ha sbagliato rispetto al compagno che ha preso un voto più alto, a parità di errori...

È inevitabile. Non c’è un modo di correzione che renda immediatamente trasparente al ragazzo perché due temi in apparenza simili sono stati giudicati in modo diverso. C’è un margine di giudizio individuale che è ineliminabile e dal quale sarebbe velleitario prescindere.

Siamo alla vigilia dell’esame di stato, che offre la possibilità di scegliere tra una grande quantità di tipologie. Secondo lei che cosa dovrebbe verificare la prova finale di italiano di un corso di studi come quello del secondo ciclo?

L’analisi del testo - che viene scelta da una minoranza degli studenti, quasi esclusivamente del liceo classico o scientifico - verifica la preparazione dello studente sugli argomenti dell’ultimo anno, sia in ambito letterario che storico, misurando la sua capacità di leggere un testo letterario o di muoversi nell’orizzonte storiografico, parlandone in modo ordinato con proprietà di lessico. Il saggio breve - che io a suo tempo avevo salutato con favore, ma che non sembra particolarmente adatto per l’esame di stato -, mette alla prova la capacità dello studente di collegare i dati esterni, anche alla luce della sua personale cultura e maturazione, in un discorso organico.

Perché ritiene che il saggio breve non funzioni?

Perché spesso il ministero ha esagerato nel numero delle citazioni. Nel caso di una prova sui «luoghi dell’anima», qualche anno fa, veniva riportata addirittura una decina di brani e lo studente si sentiva in obbligo - sbagliando - di dire qualcosa di tutti. Ne derivò in molti casi un discorso molto piatto, senza nessuna possibilità di approfondimento. Dovrebbe passare il principio che i brani proposti, quale che sia il loro numero - e non dovrebbero mai essere troppi - sono e vanno trattati come uno spunto, e non come parti da inglobare nello svolgimento. Uno studente dovrebbe sceglierne tre, quattro, aggiungendo altre sue considerazioni e letture personali. Altrimenti davvero si cancella ogni possibilità di originalità.

Che cosa dire del tema tradizionale?



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