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ESAMI DI STATO 2011/ Maturità, la versione di latino (Seneca) tradotta da uno studente universitario

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Chiunque si risolverà ad essere felice, consideri come unico bene ciò che è degno d’onore; infatti, se valuta che ce ne sia qualcun altro, anzitutto ha un giudizio errato circa la provvidenza, poiché agli uomini giusti accadono molti inconvenienti, e poiché tutto ciò che ci ha donato è cosa breve e limitata, qualora lo si paragoni alla vita dell’intero mondo. Da questo compianto nasce che dei favori divini siamo interpreti senza gratitudine: lamentiamo il fatto che non siano sempre, e che ci tocchino in sorte scarsi, incerti e destinati ad andarsene. Quindi ne viene che non vogliamo né vivere né morire: ci possiede l’odio della vita, della morte il timore. Fluttua ogni nostra decisione, né alcuna prosperità ci sazia. Ora, il motivo è che non abbiamo raggiunto quel bene non misurabile e non superabile dove la nostra volontà è necessario che si fermi; poiché non vi è luogo oltre la sommità. Domandi per quale ragione la virtù non manchi di nulla? Gode dei beni presenti, di quelli assenti non ha brama; di ciò che è sufficiente, non v’è nulla per essa che non sia grande. Allontanati da questo giudizio, e non sussisterà pietà, non lealtà; chi ambisce a garantire l’una e l’altra deve sopportare molte di quelle che si chiamano disgrazie, deve sacrificare molti di quelli cui accondiscendiamo come se fossero beni. Va perduta la fortezza d’animo, che ha l’obbligo di mettersi alla prova; va perduta la grandezza d’animo, che non può elevarsi se non ha disprezzato come piccolezze le cose che il volgo ricerca a modo delle più grandi; va perduta la riconoscenza e la dimostrazione di riconoscenza se abbiamo paura della fatica, se conosciamo qualcosa più prezioso della lealtà, se non fissiamo lo sguardo sulle cose più nobili.

(Tommaso Montorfano, laureando in Lettere Classiche nell’Università Statale di Milano)



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