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ESAMI DI STATO 2011/ Maturità, traduzione della versione di latino (Seneca) e commento: Seneca Epistulae morales ad Lucilium

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ESAMI DI STATO (MATURITA') 2011 LA TRADUZIONE COMMENTATA DELLA VERSIONE DI LATINO DI SENECA – Ancora in attesa che il ministero rilasci le tracce ufficiali, sin da stamattina alle 8 e 30 è però circolato il testo di quella che dovrebbe essere la versione di latino da tradurre per gli studenti del Liceo Classico. Si tratta di un brano di Seneca, per l'esattezza tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio). Non sono state pubblicate fotografie del testo da nessun o dei siti specializzati, nondimeno, pur trattandosi di un rumor, non è stato smentito da altre indiscrezioni e la possibilità che a questo punto la versione di latino diffusa su internet sia quella ufficiale sono in aumento. Ieri era stata diffusa una traccia della versione di latino rivelatasi poi un bluff, la cosa curiosa però che si trattava di un brano anch'esso di Seneca. IlSussidiario.net ha chiesto a un professore ed esperto latinista, Rossano Salini, di tradurre per noi la versione in modo da offrire una guida di verifica per gli studenti. Vengono anche fatti alcuni commenti sul grado di difficoltà e su alcuni passaggi che meritano particolare attenzione nel passaggio di traduzione. Le traduzioni che circolano in rete o tratte da bigini e antologie spesso si prendono libertà interpretative inadatte agli studenti, che dovranno in sede di colloquio arrivare a motivare le scelte fatte. Una traduzione non deve essere troppo letterale, ma i costrutti latini devono essere ben compresi e resi in italiano fluente in modo rispettoso della sintassi e della struttura logica peculiare di entrambe le lingue. Cosa non scontata, ma fondamentale perchè la traduzione sia utile in sede d'esame.

Ecco il testo latino: "Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet 1quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia2 quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut3 ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus4 gaudet, non concupiscit absentia; nihil non5 illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus".  Seneca Ad Lucilium Liber VIII – Lettere LXXII-LXIV

 

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