Educazione
lunedì 27 giugno 2011
Caro direttore,
non voglio qui infierire sull’incidente delle griglie sbagliate propinate dall’Invalsi per le prove di terza media, sebbene non sia opportuno minimizzare l’incidente, dato che qui si non sta parlando di un test qualsiasi ma di una componente della prova globale d’esame. Anche se questo incidente non fosse avvenuto c’è da chiedersi se all’Invalsi non si stia esagerando. Già, a suo tempo, Elena Ugolini aveva osservato polemicamente che era stato creato un clima di avversione alle prove Invalsi “da una minoranza molto abile a far passare le proprie idee attraverso la stampa e Internet” (Avvenire, 12 maggio 2011, ndr): un colpo basso tendente a far passare i critici come scaltri imbonitori. Ora ci si mette Roberto Ricci a qualificare i medesimi come “componenti minoritarie e platealmente ostili” a una valutazione che finalmente non sarebbe più un tabù.
Questa è una tecnica per eludere il merito della discussione, non so quanto abile ma certamente elusiva: far passare le critiche come un rifiuto della valutazione in sé e per sé, e bollarle come espressione di minoranze “platealmente ostili” e “abili” a incantare il prossimo. Un tecnico serio come Ricci non dovrebbe abusare della statistica facendo passare il fatto che la stragrande maggioranza dei docenti abbia proposto ai propri studenti le prove Invalsi come la prova di un consenso maggioritario. Le regole si rispettano anche quando non si condividono, ma questo non vuol dire nulla circa il grado di consenso. Sfido a dimostrare che la stragrande maggioranza dei docenti universitari non sia ostile alla laurea 3+2 e al sistema dei crediti, ma nessuno si sogna di disattenderne l’applicazione.
Se fossi un docente della scuola secondaria avrei fatto quanto prescritto per legge circa i test Invalsi, ma avrei considerato abusivo dedurne un mio consenso. Dirò di più: se fossi un docente della secondaria di primo grado avrei addestrato i miei studenti a superare i test Invalsi. Visto che questi rappresentano ormai per legge una componente di valutazione dell’esame finale, avrei fatto soltanto un danno nei loro confronti non addestrandoli a superarli. Ciononostante avrei compiuto questo dovere “turandomi il naso”, con un senso di profonda ripulsa e di vera e propria pena.
Con un poco di ritardo, due riflessioni. Quanto più si combattono quelli che si ritiene miti, tanto più se ne enfatizza l'importanza. Mi domando: ma chi vuole una scuola fatta di test? Credo nessuno seriamente. Allora, con tutti i "combattenti" di ogni tipo contro i test Invalsi si ottiene complessivamente una loro sopravalutazione in termini di valore e utilità. Così facendo in realtà si collabora con chi vuole evitare il vero passo nuovo che questi portano con sè: passare dalla valutazione degli alunni alla valutazione della scuola (docenti e presidi compresi). Questo passaggio è vitale per la scuola italiana sempre autoreferenziale (come ancor di più lo è per la "turris eburnea" del'Università). Si tratta di scegliere.
Il controllo si sostanzia del confronto obiettivi..risultati. L’Invalsi è un organismo consultivo del Miur la cui azione riguarda la rilevazione del conseguimento dei traguardi formativi/educativi: la relativa nebulosità rende estremamente complicata e ambigua la sua azione. La scuola non è vista come sistema e la progettazione è prassi dimenticata! Per quanto riguarda la matematica, “cassetta di concetti e metodi”, si può osservare come le commissioni ministeriali che hanno stilato le indicazioni nazionali abbiano dimenticato il metodo assiomatico. La legge 53/2003 stabilisce che le conoscenze sono strumentali alla promozione di capacità e di competenze e, al contempo, hanno assunto acriticamente la definizione di competenza, mutuandola da una raccomandazione del parlamento europeo, incuranti dell’errore di traduzione che ne modifica il significato.
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