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SCUOLA/ Chiosso: genitori, 5 consigli per andare alla "scoperta" dei vostri figli

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1. È consigliabile non coltivare aspettative esagerate verso i figli, non programmarne la vita come un computer, non considerarli sempre “bambini” bisognosi di cure (magari anche quando sono ormai giovani universitari). Fin da piccoli si può concedere fiducia a condizione del corrispettivo della responsabilità. 

2. È preferibile “scoprire” l’originalità e la peculiarità dei figli a mano a mano che crescono più in senso generale che specifico: per esempio le ragioni della loro timidezza o della loro capacità di stabilire subito relazioni sociali efficaci, la loro disposizione alla riflessione personale o la loro estroversione, la capacità di approfondimento oppure una certa superficialità (per scegliere la scuola più adatta non serve capire subito se “è bravo in italiano” oppure se “riesce bene in matematica”).

3. La scoperta dei figli è possibile soltanto se si trascorre con loro molto tempo fin da quando sono piccoli e se si stabilisce un rapporto continuo e profondo: ciascun essere umano ha bisogno prima di tutto di essere accolto, accettato, amato e si svela a chi gli assicura reciprocità di sentimento.

4. È bene non proiettare sui figli le aspettative dei genitori: è certo lecito esprimerle, ma sempre con l’avvertenza che i “figli non sono nostri” e che la paternità e la maternità sono esperienze “gratuite” che non prevedono una riconoscenza obbligata.

5. Esiste l’insondabile libertà dell’altro rispetto a cui il nostro dovere di adulti è quello di proporre e accompagnare.  

Se collocate entro questo quadro educativo generale, le decisioni strategiche per il futuro - quale scuola, ad esempio, dopo la terza media - non si abbattono all’improvviso sulla famiglia con il loro carico di angosciante urgenza, ma sono l’esito di un lungo cammino e di una lenta scoperta dei figli. Le scelte più valide non sono quelle che si affidano alle mode del momento (liceo piuttosto che istituto professionale) o alle combinazioni statistiche rispetto ai possibili spazi del mercato del lavoro, ma quelle che germogliano durante gli anni, nella “familiarità” quotidiana, intendendo con questa espressione quel particolare clima che si respira tra persone che vivono non occasionalmente insieme.

In ogni scelta sussiste un margine di rischio, quell’imponderabile scarto tra ciò che scegliamo in un determinato momento e quello che sperimentiamo in conseguenza di quella scelta. Il rischio, del resto, è una parte irrinunciabile della nostra vita: lo possiamo vivere - quando si verifica - come un’inquietante incertezza, ma anche come una grande opportunità di crescita. Senza accettare il rischio nessuno diventa adulto e capace di scelte autonome.



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COMMENTI
05/06/2011 - ... e proporre l'istituto tecnico, finchè c'è? (Sergio Palazzi)

Caro Chiosso, in Italia esiste ancora (per il momento) un'alternativa importante ai licei, sempre più di massa, banalizzati, sviliti in una serie di finte opzioni dai nomi roboanti, ed agli istituti professionali, percepiti come ultima spiaggia per chi non ce la fa a studiare e va instradato almeno verso un apprendimento pratico (che, detto fra noi, non è per niente umiliante: mille volte meglio fare l'artigiano che trovarsi, a trent'anni, al call center dopo un liceo scientifico e una laurea alla moda...). E' l'istituto tecnico, che - dove non è stato snaturato ed appiattito - è una alternativa culturale che non dovrebbe avere nulla da temere nel confronto con i migliori licei (classici, intendo). Un luogo dove si impara mettendo a confronto quel che sta scritto sui libri, e/o viene raccontato dai docenti, con la sua applicabilità pratica - con la sua falsificabilità, per riprendere i termini di un filosofo poco conosciuto da pedagoghi e riformatóri. La scuola più moderna, più scientifica in assoluto, direi: a fianco - appunto - di un liceo classico che svolga realmente la sua cultura di palestra critica della mente. Riusciremo mai a farlo capire a tutte le mamme-snob che, dall'estetista, commentando le ultime serate della De Filippi o dei reality, troverebbero umiliante dire alle amiche che i loro pargoli non "vanno al licéééóó", arrotondando le labbra sulle preziose vocali? E riusciremo mai a farlo capire alle colleghe delle scuole medie che si occupano di "orientamento"?