BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Perché la "generazione mutante" divide progressisti e conservatori?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

La questione dei “nativi digitali” ha ottenuto una notevole attenzione negli ultimi tempi. In modo particolare abbiamo visto organizzarsi intorno al tema due “partiti” molto agguerriti: quello di coloro che sono a favore e quello di coloro che si dichiarano invece completamente “contro”. Il motivo del contendere mi pare si sia legato soprattutto alle ragioni della loro esistenza. Esistono i nativi digitali? È proprio vero che coloro che sono nati da un certo anno in qua hanno caratteristiche cognitive completamente diverse da quelle degli adulti? I “nativofili” dicono di sì e affermano di poter addurre le prove di ciò addirittura su base neurofisiologica. Chi li contrasta nega tutto: dice che gli esperti veri delle tecnologie, in casa, sono gli adulti, non i ragazzi e che con la faccenda dei nativi si stanno confondendo destrezza e competenze, familiarità con gli strumenti e intelligenza critica degli stessi.
Vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista. Per farlo mi lascio aiutare da un passo che credo calzi perfettamente con il senso del mio discorso. Eccolo: «Nel cinematografo la drammaticità è quasi tutta riposta nel fatto visivo, di fronte al quale il parlato ha un’importanza affatto subordinata. L’arte di “assistere” allo spettacolo si trasforma in un’abilità a rapidamente percepire e comprendere delle immagini visive che si trasformano continuamente. I giovani hanno educato in se stessi questo “sguardo cinematografico”, portandolo a un grado che stupisce le persone della passata generazione. Il mutato atteggiamento spirituale implica però l’atrofia di intere serie di funzioni intellettuali. Si rifletta un po’ alla differenza tra l’attività intellettuale necessaria per partecipare intelligentemente al godimento di una commedia di Molière, e quella che in noi sprigiona un film. Senza voler innalzare l’intellezione cerebrale al disopra di quella visuale, bisogna pur ammettere che il cinematografo lascia inerte un gruppo di mezzi di percezione estetico-intellettuali; e questo deve cooperare all’indebolimento del raziocinio».
Si tratta di una pagina della Crisi della civiltà di Johan Huizinga. Siamo nel 1935. E come si vede il dispositivo retorico è esattamente lo stesso di quello che troviamo all’opera nel tema dei “nativi”: la tecnologia (nel caso di Huizinga il cinema, che mutatis mutandis occupava allora il luogo di Internet e del social network) influisce sulle giovani generazioni e le rende irrimediabilmente diverse da quelle passate. Huizinga accenna allo “sguardo cinematografico” dei giovani, oggi a proposito dei “nativi” parliamo di multitasking, di attenzione periferica, di surfing; il culturologo olandese accenna all’atrofia di alcune funzioni cerebrali, al venir meno del ragionamento, oggi vi è chi parla di pensiero solo superficiale, di profondità sacrificata alla rapidità dell’esecuzione.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
06/06/2011 - D'accordo ma.. (Roberto Maragliano)

D'accordo, Pier Cesare. Ma come si conducono le ricerche metodologicamente fondate e le sperimentazioni che auspichi? Anche lì ci sarebbe, anzi c'è abbondante materia di discussione: osservazione 'oggettiva'(e che vuol dire?), osservazione 'partecipante' (ma con che quadro di concettualizzazione?), sperimentazione (ma in riferimento a quali obiettivi?), tante belle prospettive ma anche la necessaria consapevolezza che nessuna indagine sarà mai assolutamente pura, indipendente da un quadro di valori o idee. Dunque, che fare? Rassegnarci, io credo, all'unica via praticabile: che è quella di affrontare in primo luogo il mondo per come è, con tutte le sue insidie, e cercare di conoscerlo in tutti i suoi aspetti, ci piacciano o no, e tramite il confronto di tutte le prospettive di analisi possibili. Non mi considero ma sono considerato un nativista. Anni fa, in tempi non sospetti parlai di 'esseri digitali' (per i curiosi: http://ltaonline.uniroma3.it/come-erravamo.html) e lo feci tirando in ballo pure gli ovetti kinder, cose 'sporche', insomma, e fisiche. Mi sembra che le pochissime analisi in circolazione sul tema si concentrino sugli aspetti sintattici e dimentichino quelli semantici dell'intelligenza digitale, aspetti che passano anche se uno non sta attaccato dieci ore al suo computer/specchio. Passano eccome, nella totale ignoranza di nativisti e antinativisti. E pure dei puristi della ricerca. Va be', la mia ricetta è presto detta: sporchiamoci di più le mani (e gli occhi).