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SCUOLA/ Perché la "generazione mutante" divide progressisti e conservatori?

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Parlo di dispositivo retorico perché mi sembra che ci si trovi di fronte a una costante dell’affermazione sociale di una nuova tecnologia. Questa costante è la sua sovradeterminazione di significato, da parte di tutti, i suoi entusiasti sostenitori e i suoi detrattori. Gli uni ne enfatizzano le magnifiche possibilità sperando così di aiutarne l’avvento, gli altri ne accentuano la pericolosità per scongiurarne l’adozione. Il tratto comune a entrambe è che dall’abbondanza dei discorsi derivino i fatti, cioè, in altre parole, che la profezia si autoavveri.
La partita si gioca di solito sul terreno dei giovani. Sono loro ad essere più sensibili (o più esposti) al nuovo. Le ragioni sono facili da comprendere: chi dovrebbe trovarsi meglio con il nuovo, subirne le seduzioni, farlo parte delle proprie pratiche, se non le nuove generazioni? E gli altri? Gli adulti? Ovviamente, appartenendo a una generazione precedente, essendo cresciuti a contatto con altre tecnologie, non possono che denotare una differenza rispetto ai giovani. Questa differenza viene considerata, secondo che la si voglia ritenere un valore o un limite, o come una forma di ritardo (come capita per i fautori della tesi sui “nativi”) o come un’opportunità di distinzione (per tutti coloro che come Huizinga ritengono che il nuovo comporti in qualche modo la rinuncia a quanto di buono il passato ci consegna).
Siamo così al cuore dell’analisi. Quali sono le ragioni che portano a “brandire” con tanta decisione (e dedizione) questo dispositivo retorico? A cosa serve convincersi(ci) di avere a che fare con una generazione mutante?
Serve, possiamo rispondere, a costruire un racconto. Il racconto di chi, entusiasta, pensa che i “nativi” abbiano una marcia in più, è un racconto di emancipazione. Questo racconto recita: “I giovani, grazie ai nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti - la scuola in primis - è in ritardo rispetto a loro. Occorre cambiare tutto per intercettare il nuovo”. Al contrario, il racconto di chi, scettico, pensa che i “nativi” non sappiano più dove sta di casa la cultura, è un racconto di conservazione. Questo racconto recita: “I giovani, per colpa dei nuovi media, sono diversi. Il mondo degli adulti - la scuola in primis - detiene ancora per fortuna i contenuti e i valori che loro stanno perdendo. Occorre difenderli per neutralizzare il nuovo”.



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COMMENTI
06/06/2011 - D'accordo ma.. (Roberto Maragliano)

D'accordo, Pier Cesare. Ma come si conducono le ricerche metodologicamente fondate e le sperimentazioni che auspichi? Anche lì ci sarebbe, anzi c'è abbondante materia di discussione: osservazione 'oggettiva'(e che vuol dire?), osservazione 'partecipante' (ma con che quadro di concettualizzazione?), sperimentazione (ma in riferimento a quali obiettivi?), tante belle prospettive ma anche la necessaria consapevolezza che nessuna indagine sarà mai assolutamente pura, indipendente da un quadro di valori o idee. Dunque, che fare? Rassegnarci, io credo, all'unica via praticabile: che è quella di affrontare in primo luogo il mondo per come è, con tutte le sue insidie, e cercare di conoscerlo in tutti i suoi aspetti, ci piacciano o no, e tramite il confronto di tutte le prospettive di analisi possibili. Non mi considero ma sono considerato un nativista. Anni fa, in tempi non sospetti parlai di 'esseri digitali' (per i curiosi: http://ltaonline.uniroma3.it/come-erravamo.html) e lo feci tirando in ballo pure gli ovetti kinder, cose 'sporche', insomma, e fisiche. Mi sembra che le pochissime analisi in circolazione sul tema si concentrino sugli aspetti sintattici e dimentichino quelli semantici dell'intelligenza digitale, aspetti che passano anche se uno non sta attaccato dieci ore al suo computer/specchio. Passano eccome, nella totale ignoranza di nativisti e antinativisti. E pure dei puristi della ricerca. Va be', la mia ricetta è presto detta: sporchiamoci di più le mani (e gli occhi).