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SCUOLA/ Perché gli studenti non sanno più risolvere i problemi?

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Enrico Fermi (immagine d'archivio)  Enrico Fermi (immagine d'archivio)

Tra pochi giorni i nostri ragazzi del liceo scientifico affronteranno la prova scritta di matematica dell’esame di Stato - che comprende lo svolgimento di un problema, tra due che verranno proposti -, e l’esperienza degli anni passati, in particolare quella della ricorrezione effettuata dall’Invalsi su un campione di prove degli anni 2007 e 2009, ci offre alcuni spunti, che forse possono trasformarsi in piccoli suggerimenti per i candidati.

La prima osservazione è che i nostri ragazzi quasi mai arrivano in fondo al problema: rispondono a qualche punto, e via via che procedono lasciano per strada dei pezzi. La percentuale di quelli che arrivano in fondo al problema che hanno scelto è inferiore al 10%, e non sempre questo avviene perché non sanno come risolverlo. Un problema è spesso visto solo come un insieme di passaggi da fare, non come una domanda a cui cercare di rispondere; non ha molta importanza se i calcoli che faccio non portano da nessuna parte, l’importante è farne un po’. Conta far vedere che ho studiato e che so qualcosa di quell’argomento, non rispondere alla domanda. Ma perché non abituiamo di più i ragazzi, alla fine, a tirare le somme, a verificare che quello che conclude il loro lavoro è davvero la risposta alla domanda che era stata posta? Oltre a tutto, così facendo, avrebbero probabilmente la possibilità di individuare almeno alcuni dei propri errori.

Più in generale sembra quasi, leggendo molti svolgimenti, che la domanda sia poco importante; l’importante è applicare qualche formula di quelle che sono state studiate in quel contesto. Quasi mai negli svolgimenti si leggono frasi del tipo “siccome devo trovare questo, allora faccio quest’altro”. Quasi mai i nostri ragazzi spiegano perché fanno un certo calcolo, o che relazione ha con la domanda del problema la costruzione che stanno facendo. Claude Lévi-Strauss diceva che lo scienziato è l’uomo che pone le vere domande, non quello che dà le risposte. I nostri ragazzi sembrano poco interessati a comprendere le domande: forse perché sono poco abituati, almeno in matematica, a cercarle e a comprenderne il senso.

Negli svolgimenti, le singole affermazioni sono troppo spesso slegate; non viene quasi mai esplicitato il nesso tra un calcolo e l’altro, tra una costruzione e la successiva. Manca, o non viene messa in campo, la capacità di costruire argomentazioni articolate. Chi corregge fa fatica a trovare il disegno complessivo, la strategia di risoluzione.



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COMMENTI
09/06/2011 - Dai sintoni .. alla dignosi .. alla terapia (enrico maranzana)

Pecore, capre e capitano ben descrivono la situazione della scuola italiana: le indicazioni nazionali del 2010, ad esempio, sono state concepite in aperto contrasto con i regolamenti di riordino, di cui sarebbero dovute essere coerente sviluppo. La questione ha natura pedagogica, organizzativa e didattica. Rimando, per quest’ultima questione a “Percorso didattico sui numeri naturali e sistemi di numerazione” visibile su matematicamente.it. Si tratta di una delle ipotesi, presenti nel sito, che ho realizzato per perseguire le priorità che lo scritto ha indicato.