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SCUOLA/ L’esperto: la scrittura, il vero "computer" lo abbiamo nella testa

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La scrittura a mano è destinata a perdersi?  La scrittura a mano è destinata a perdersi?

Sono influenze peculiari non solo del segno grafico, ma di qualsiasi nostro azione che comporti un’alterazione dello spazio circostante. Noi siamo abituati a leggere in maniera precisa ed estremamente analitica ciò che selezioniamo culturalmente come gesto importante, come nel caso della scrittura, ma tutti i nostri movimenti anche banali, come può essere il legare dei nodi, sono peculiari ed unici oltre un certo livello. Le fluttuazioni legate all’individuo dipendono dall’imprecisione del sistema di codifica motorio.

Se si sostituisse la scrittura a mano con la tastiera si perderebbe qualcosa?

Certamente si perderebbe la capacità di fruire di un utilissimo mezzo per tramandare il nostro pensiero senza la dipendenza completa da un sistema elettronico. Si perderebbe anche la destrezza dei movimenti che viene sviluppata con la scrittura. Credo però che questo aspetto della scrittura possa essere sostituito da altri esercizi e da altre motivazioni. In fondo anche un analfabeta può raggiungere notevoli profondità intellettuali senza essere necessariamente in grado di scrivere. Moltissime persone utilizzano non solo caratteri, ma anche concetti, e quindi generazioni di circuiti cerebrali diversi, per raggiungere lo stesso scopo: la trasmissione del pensiero attraverso un oggetto esterno a noi.

 In ambito educativo si è diffusa l’espressione di «nativo digitale». Esso sembra suggerire che i nuovi media non solo stabiliscano un diverso contesto, ma abbiano creato i presupposti per una trasformazione della mente. È così?

L’unica base razionale del fenomeno che lei ha così descritto è quello di osservare che una persona che ha utilizzato il computer fin dai primi anni di vita più facilmente lo userà per vivere, per lavorare, per trasmettere le proprie idee. Che a questo corrisponda un cambiamento nell’organizzazione della struttura cerebrale nessuno è in grado di mostrarlo, anche perché le nostre conoscenze sull’organizzazione cerebrale sono relativamente limitate. Non sappiamo se prevale un cambiamento nella funzione di certe aree. Non dobbiamo dimenticare che il «nativo digitale» vede il computer come un oggetto. Nulla sa del «come» il computer funziona e perché, esattamente come accadrebbe per un altro oggetto complesso. Direi che il caso dei nativi digitali è una questione di esposizione e di educazione ambientale molto più che di un cambiamento «profondo», comunque lo possiamo pensare.



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COMMENTI
12/07/2011 - Il medium non fa l'uomo (Salvo Piccinini)

Gli antichi scolari di Roma repubblicana prendevano appunti sulle tavolette cerate, nelle quali non "scrivevano", ma "incidevano" le varie lettere. Si trattava di un'operazione perfettamente coerente con la cultura dei media in cui vivevano, nella quale le notizie da consegnare alla storia erano scolpite nella pietra o comunque su materiali durevoli. Immaginiamo che rivoluzione culturale sarà stata per loro l'arrivo sui mercati del papiro prima e della pergamena poi con il relativo utilizzo dell'inchiostro. A quel tempo non esisteva la neuroscienza, ma immagino che qualche cena fra gli intellettuali sarò stata pure dedicata all'argomento. Per non parlare del passaggio dalla scrittura manuale alla stampa a caratteri mobili... Ogni epoca ha avuto le sue rivoluzioni mediatiche dall'età della pietra al nostro mondo ipertecnologico. Eppure gli esseri umani non abbiamo subito cambiamenti epocali meccanicamente guidati dai mezzi a nostra disposizione; ci limitiamo, semplicemente, a usarli come tali, media, cioè appunto strumenti.