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SCUOLA/ Finita la maturità i ragazzi sono pronti per la vita?

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Prima della conclusione dell’anno ho domandato conto dell’utilità dei loro anni di liceo ad alcuni ex studenti. Tra le risposte che ho avuto ne riporto due che mi paiono eloquenti.
Donato C., oggi don Donato, prete da qualche anno nel milanese, aveva iniziato il suo colloquio di maturità (è il caso di dirlo) parlando di Gaudì e della catenaria: “Guardando Gaudì e la catenaria ho scoperto un modo straordinario di usare la ragione umana. L’uomo lotta contro la gravità, contro il suo limite, da sempre, perché la gravità ti spinge verso il basso, mentre l’architettura sale. Ma Gaudì pensava: la gravità viene da Dio. Come faccio a salire rispettando la volontà di Dio? Se studio questa pietra, ne assimilo il carattere, tra 5 o 50 anni diventerà qualcosa che sale. È successo, ha trovato soluzioni per cui è la gravità a tenere in piedi l’edificio. Non è solo tecnica. Noi abbiamo equivocato per secoli che cosa è l’intelligenza. Pensiamo sia convertire a forza la materia. O la gravità, o il limite, o la malattia, o i problemi familiari. Moltiplicando leggi e obblighi per trovare soluzioni. Ma da Gaudì impariamo la nostra vera intelligenza: obbedire alla realtà. Se obbediamo scopriamo una forza che ci permette non solo di vincere il nemico, ma di convertirlo nel nostro primo amico. È il massimo. Geniale”.
Giovanni C., oggi medico chirurgo: “Le domande di significato che riempiono la vita non sono una stranezza, ma ciò che mi accomuna ai grandi della storia, da Omero a Dante, da Michelangelo ad Einstein. Sono queste domande la mia grandezza. Credo che, tra tutte le cose che ho imparato al liceo, questa sia la più importante perché l’umano si costruisce nei rapporti e senza la coscienza di un’origine comune è difficile il rapporto: la realtà appare lontana, le persone degli estranei e noi ci sentiamo niente. Al liceo ho imparato questo fattore all’origine che vince la solitudine e permette di costruire insieme”.



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COMMENTI
14/07/2011 - L'autenticità del corpo docente (enrico maranzana)

“Diventare adulti significa amare la vita, desiderare con passione ogni suo dettaglio. È questa la dinamica della conoscenza e il maestro è colui che ci introduce in questo rapporto d’amore”. “Mi pare un buon programma di lavoro” che non si risolve in un rapporto a due ma in un rapporto collettivo che impegna tutti i docenti che interagiscono con il giovane. L’amore, per i professionisti della scuola, non è un sentimento ma un modo di essere, una testimonianza.