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SCUOLA/ La buona, vecchia grammatica insegna a pensare come si deve

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

E una volta chiarito questo dominio, vale secondo me la pena di evitare un errore madornale che, invece di risolvere o almeno attenuare i problemi dei quali si parlava, potrebbe acuirli: far studiare a livello scolastico la linguistica formale sarebbe come affidare un atleta di salto con l’asta ad uno studioso di teoria della gravitazione. Certo, qualche consiglio potrebbe forse darlo, ma quel che serve davvero è la pratica consolidata della tradizione e dell’allenamento in campo. I modelli grammaticali tradizionali sono dunque senz’altro preferibili ad esperimenti didattici basati sulle nuove teorie. Il risultato ricorderebbe quei tentativi goffi, tipici degli anni settanta, nei quali qualcuno pensò di sostituire l’insegnamento degli schemi delle operazioni aritmetiche di base con modelli insiemistici: di nascosto, in famiglia, chi poteva si faceva insegnare a fare le divisioni “con due cifre al divisore”. Le neuroscienze e la neurolinguistica servono e servono eccome per esplorare mente e cervello, ma nella didattica della scuola occorre invece tenersi ben saldi sui metodi e schemi filtrati e messi alla prova da tradizioni bimillenarie, tra l’altro sorprendentemente più o meno coeve alla canonizzazione della geometria euclidea.
Mi rendo ben conto che sembra sia uscito fuori tema: se uno dei problemi centrali della didattica nella scuola è aiutare gli studenti a “cogliere il tutto” dietro la somma dei particolari cosa c’entrano le neuroscienze e la neurolinguistica? Credo che c’entrino e c’entrino moltissimo perché si sta pericolosamente affacciando, spesso in modo subdolo, l’illusione che da questo dominio di ricerca arrivino invece risposte definitive, a cominciare in modo paradigmatico dal linguaggio, vera cifra distintiva della nostra specie. Non è vero: le neuroscienze, la neurolinguistica, la linguistica formale sono solo metodi, apparati teorici coi quali cogliere alcune proprietà salienti della realtà; chiedere ad esse delle risposte sarebbe come chiedere ad un cannocchiale di generare un panorama. Il panorama o c’è o non c’è: casomai occorre insegnare a desiderare di vederlo, il panorama, e a puntare gli strumenti nella direzione giusta, soprattutto mettendo in gioco la propria esperienza. Il senso del tutto, almeno quando si parla di linguaggio, si allontana se si delegano le risposte al metodo, anche se ammantato di scientismo, non perché si allontani il tutto ma perché si scambia il panorama con il cannocchiale e inevitabilmente si smette di desiderare.



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