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SCUOLA/ Sacrificare i giovani ai precari? Il modo migliore per affossare la scuola

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Conviene davvero al ministero bloccare le abilitazioni?  Conviene davvero al ministero bloccare le abilitazioni?

Bene, perché prevede un partenariato di scuola e università che trova nel tirocinio la chiave di volta, e permette di superare i vizi di fondo delle due istituzioni, la scuola quello di arroccarsi e l’università quello di guardarsi l’ombelico, cosa che riesce sempre a fare benissimo. Gli insegnanti più esperti avrebbero un ruolo di primo piano, e questo è molto importante per la formazione sul campo. L’auspicio culturale è che il partenariato diventi ancora più fluido.

La lettera chiede di tenere ben distinti abilitazione e reclutamento. Lei cosa pensa al riguardo?

Comprendo bene il principio ispiratore: non è detto che la formazione acquisita si giochi solo nella scuola. Va detto però che non si possono nemmeno creare migliaia di profili professionali senza prospettive. Qui si tratta di regolare bene un punto molto delicato. «Prendo l’abilitazione, ma non pretendo la garanzia dell’assunzione»: d’accordo; senza contare che c’è anche una «mortalità» professionale, quella di chi si accorge, facendo il tirocinio, che l’insegnamento non è la sua strada. L’importante, però, è che gli abilitati non creino come tali ulteriori diritti acquisiti. Che è uno dei nostri grandi problemi insoluti.

Chi dovrebbe reclutare i prof?

Le scuole, ma con dei correttivi. Vedrei bene un sistema che garantisse molta più possibilità di cooptazione. Non mi piace che uno venga preso perché è più in alto nel punteggio. So che è molto poco sindacale quello che le dico, ma preferisco un sistema aziendale. Una scuola non può subire la scelta. Dovrebbe poter fare una scelta ragionata, non arbitraria, ma eticamente ben fondata - un po’ come avveniva nei concorsi universitari quando funzionavano bene.

Da qui quelli che chiama «correttivi»?

Sì. Non libertà totale, se no creiamo scuole in cui tutto e tutti sono omogenei. Che in una scuola arrivi qualcuno che non è scelto obbliga ad un confronto, è una cosa che arricchisce.

Ha usato una parola molto pericolosa: «aziendale». Un sacrilegio.

La modalità tecnica richiederebbe un’altra discussione, qui importa intendersi sui principi, e su questi io sono molto liberale: se c’è una cosa da copiare dalle grandi aziende è il reclutamento del personale, che solitamente avviene in modo molto serio. Non si può non pensare ad una selezione basata sulle attitudini, oltre che sulle capacità. Quando abbiamo tanti casi in cui i maestri e gli insegnanti hanno gravi problemi - non sto parlando di personale inadatto, non arrivo a questo -, qualcosa non ha funzionato. E non abbiamo più gli strumenti giuridici per allontanarli.

Prima ha parlato di «diritti acquisiti». Il suo è un attacco alla stabilità lavorativa?



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COMMENTI
06/07/2011 - Berlinguer sbaglia? (francesco taddei)

Per la Prof.ssa Paola Potestio (Ordinario di Economia Univ. Roma Tre, autrice del libro "L'Università italiana: un irrimediabile declino?"), intervistata su Tempi n.38-2010, "l'abilitazione nazionale dei concorsi non risolve il problema delle pressioni e degli scambi. Occorre ritornare al sistema del vincitore unico" [...] "con i concorsi della riforma Berlinguer si sono date tantissime idoneità che hanno gettato la basi per un mare di chiamate". Ultimi dati ISTAT: nel 2016 gli ultrasessantenni in Italia saranno 30 milioni di persone!