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EDUCAZIONE/ Perché quei figli dimenticati in auto come pacchi?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Cosa accomuna un giovane e stimato docente in veterinaria di Teramo con un’altrettanto giovane e stimata insegnante di Lecco che tre anni or sono finì sui giornali suo malgrado? I soliti esperti in materia la chiamano dissociazione dalla realtà. Ma serve davvero dare un nome agli eventi a posteriori? Per entrambe le tragedie l’esito è la perdita di un figlio in circostanze ben diverse da quelle della celeberrima poesia di Giosuè Carducci, intitolata Pianto antico, tratta da Rime nuove del 1887.

Le lacrime di un genitore che perde un figlio credo siano più salate di altre visto che il cervello intercetta anche i nostri pensieri. Del primo hanno parlato fin troppo ampiamente i media proprio di recente. È la mattina di un caldo giorno di maggio e il papà dovrebbe consegnare all’asilo nido il proprio piccolo prima di recarsi all’università per le lezioni. Ma “salta un passaggio” e non si rende conto di averlo lasciato incustodito sul sedile posteriore. Si accorge di non aver ritirato dall’auto il materiale per la lezione, ma non si rende conto che c’è ben “altro” da sistemare al posto giusto. Quando ritorna trova il bimbo agonizzante e - disperato - lo porta al pronto soccorso dove spirerà poche ore dopo.

Dopo tanto clamore e accanimento mediatico, è giunta l’ora di calare doverosamente un velo pietoso. Il suo unico bambino, rimasto solo sul sedile posteriore, aveva quasi due anni e la mamma ne attendeva un altro, a breve termine.

Il papà, interrogato dalla polizia, aveva risposto di essere stranamente convinto di averlo già lasciato al nido. Mi permetto di osservare e affermare che quando il lavoro (non) nobilita l’uomo, può anche farlo ammalare. Troppe sollecitazioni disturbano, ormai è stato ampiamente dimostrato. Le conseguenze del multitasking sono note, ma questa è la realtà dei fatti e l’interessante affermazione di Nicolai Hartmann potrebbe indurci a fermarci in tempo, prima che sia troppo tardi.



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