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SCUOLA/ Quali insegnanti servono per far crescere e studiare i nostri ragazzi?

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La risposta data dalla Sanese nel suo articolo, che esprime una cultura professionale largamente diffusa, è che gli insegnanti sono costretti dalle circostanze a scelte che non vorrebbero fare («per far sì che non perdano il posto di lavoro, guadagnato con decenni di precariato, gli insegnanti sono costretti a mentire sull’andamento dei loro studenti», ciò accade per «leggi dello Stato che nascondono, dietro giusti principi, la falce dei tagli»).

Ben diversa è la risposta data da Teruzzi. Alla domanda se sia possibile «abbracciare un’idea di cultura che non abbia nulla a che fare con l’attività propria dell’uomo» prova a rispondere introducendo alcuni impegnativi spunti di riflessione che toccano due differenti, ed essenziali, aspetti del problema scuola: la natura del sapere che, in quanto posseduto e insegnato, legittima oggi il suo “quasi monopolio” dell’insegnamento formalizzato; il rapporto tra la proposta, anche di vita, che la scuola fa alle giovani generazioni e le condizioni effettive in cui essi saranno chiamati a vivere alla conclusione del percorso formativo.

Perché la cultura professionale diffusa tra la maggior parte degli insegnanti fa così fatica a far proprie queste piste di riflessione, certamente ancora per molti aspetti embrionali? La chiusa dell’articolo della Sanese tenta di rispondere a questa domanda riprendendo una vulgata, da sempre ripetuta, ma che, pur facendo riferimento ad aspetti effettivamente presenti nella situazione della scuola, li carica di tutte le responsabilità senza porsi la domanda se anche l’insegnante, o meglio la sua cultura professionale, il modo cioè con cui legge il proprio compito, non debba sentirsi interrogato dalla situazione.

Due posizioni quindi che si caratterizzano innanzitutto a partire dalla disponibilità (o meno) dell’insegnante (degli insegnanti) a entrare nel merito del problema costituito dal nostro sistema formativo, senza fermarsi ai suoi aspetti “periferici”, anche se certamente sarebbe ingiusto ignorarli.

Gli insegnanti potranno tornare a sentirsi “gruppo sociale di riferimento” solo se (e quando) torneranno a una concezione della propria professionalità che, senza negare la sua specificità operativa (tecnica e relazionale), sia anche vista come espressione di una responsabilità più ampia.

La cultura professionale comune alla maggioranza degli insegnanti italiani appare oggi chiusa in un’aula (la propria), legittimata da un sapere formalizzato (la propria disciplina di insegnamento) e per questo messa in crisi ogni qualvolta in questo universo si affacci qualcosa di “altro”. Ciò viene troppo spesso considerato una “indebita ingerenza” e non ci si rende conto che questo “altro” è già a pieno titolo presente in aula, portato dai propri allievi, come è molto bene evidenziato da un articolo apparso su Ilsussidiario.net.

Quella che non è di per sé una “colpa”, lo diventa perciò nel momento in cui diventa un alibi per non affrontare un aspetto del problema della scuola che non può essere né capito, né tanto meno risolto senza il loro contributo: come obiettivi, fini, attività proprie della scuola concorrono a contrastare le derive che attraversano la società contemporanea, domanda cui è possibile tentar di dare una risposta solo rispondendo alla domanda su quale sia oggi il senso non del “mio” insegnamento ma della scuola, parte della società e condizione di vita.



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COMMENTI
16/08/2011 - Quali Insegnanti servono ...oggi (Maria Antonia Savio)

I contributi qui pubblicati possono avviare una riflessione! Si ritrovi il desiderio di sperimentare forme nuove di praticare la "professione docente"!. E' quanto mai urgente che il Collegio Docenti, i Consigli di classe diventino luoghi di elaborazione di proposte "operative". I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, i giovani che incontriamo ogni giorno sono portatori del "bisogno di una forma di scuola" alla quale possano appartenere! Si può temere infatti che la disaffezione (che a volte diventa abbandono!) cresca nel prossimo periodo. La pretesa di risultati che raggiungano vertici importanti (9 o 10 nella scala numerica) sta soverchiando i rapporti interpersonali in famiglia, tra famiglie e docenti, tra Scuola e Società. Il tutto in assenza dei diretti interessati (gli alunni) che assistono marginalmente a tutto quanto viene deciso per loro. Tant'è che spesso si utilizzano minacce e vie di fatto legali da parte di genitori che si sentono lesi nel "loro diritto" quando non sono soddisfatti di ciò che la Scuola propone e decide. Il rischio è la "sostituzione": a chi "interessa" la Scuola: ai genitori? ai ragazzi?. Molto perciò c'è da dire sulla Scuola: è un luogo di dimostrazione di forza? di recriminazioni tra adulti? E' urgente trovare una forma nuova per "fare Scuola", in cui i soggetti "portatori di interesse" gli alunni, occupino il "centro" dei processi scolastici, Persone concrete, ragazzi di oggi, protagonisti, attesi, ascoltati. "I care": è ancora di moda!

 
11/08/2011 - INTERESSANTE, MOLTO INTERESSANTE! (Gianni MEREGHETTI)

Ringrazio Felice Crema per le sollecitazioni del suo interessante articolo, le questioni sollevate sono decisive e se prese sul serio e affrontate con intelligenza possono portare fuori dalle attuali secche in cui la scuola sopravvive, senza qual salto di qualità che tutti auspicano. Nella direzione che Crema indica anch'io vedo la possibilità di trovare l'unità tra il particolare che si insegna e il destino per cui viene insegnato. In questa direzione vorrei riportare una frase di don Luigi Giussani che mi ha guidato in questi anni, anche se io ne sono stato indegno, troppo indegno. Per don Giussani essere insegnante significa insegnare “con una precisione circa la verità di quel che dice, con un amore alla verità di quel che dice e, perciò, con più poesia ( poesia nel senso generale del termine); con più amore a chi ha davanti, perciò con più pazienza, con più adattabilità, pronto a valorizzare osservazioni che venissero dagli scolari, pronto a rispondere a domande insistenti, anche troppo analitiche, che gli scolari facessero: insomma, una disponibilità alle esigenze della scolaresca che si chiama carità”. Questa mi pare la strada maestra per rispondere al bisogno oggi sempre più urgente, quello di una conoscenza in cui l'umano sia implicato per superare la divisione che in questi anni si è dilatata tra conoscenza e educazione, una divisione di cui si nutre l'ideologia del disciplinarismo ma anche chi vi si oppone. La sfida posta da Felice Crema è più che decisiva.

 
11/08/2011 - Coi piedi per terra (enrico maranzana)

Condivisibile l’assunto “La cultura professionale comune alla maggioranza degli insegnanti italiani appare oggi chiusa in un’aula (la propria), legittimata da un sapere formalizzato”, proposizione che conduce al superamento sia “dell’individualismo che caratterizza troppo spesso la posizione dell’insegnante; della indisponibilità al confronto con altri soggetti interessati al raggiungimento degli stessi fini”, sia “delle forme di collegialità oggi presenti”. Focalizzo l’ultima frase per rimarcare la distanza che esiste tra l’ordinaria gestione dei processi scolastici con l’impianto concettuale dei decreti delegati che sono stati concepiti proprio per conseguire le finalità indicate dallo scritto. CHE SENSO HA DECONTESTUALIZZARE UN PROBLEMA? Rimando a “I mali della scuola: i piani alti calpestano le regole e privilegiano il pensiero libero”, visibile in rete, in cui si mostra l’origine dell’insensibilità dei docenti a “rendersi disponibili e di promuovere un diverso rapporto con gli altri insegnanti”.