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SCUOLA/ Quali insegnanti servono per far crescere e studiare i nostri ragazzi?

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Questa domanda non può trovare risposta semplicemente ribadendo le caratteristiche che hanno segnato altre stagioni della nostra scuola. Anche se il suo fine rimane (come deve rimanere) l’incremento della conoscenza in vista della crescita umana non solo la forma che la scuola ha assunto, ma le ragioni stesse del suo esistere come “condizione di vita” per tutti i giovani, per tutti gli anni della giovinezza (nella scuola si passano almeno 15, ma più probabilmente 20 anni), richiedono un ripensamento sul senso della scuola, sulle ragioni cioè per cui esiste e, solo in conseguenza, sulle sue forme.

Per riconoscere i tratti di questo problema occorre non rimanere ingabbiati in modelli professionali obsoleti che, anche se spesso molto diversificati fino ad apparire opposti, troppo spesso danno l’illusione di dare risultati che però non riescono a diventare caratteristica stabile e positiva della scuola stessa. In ogni caso la scuola è costretta a proporsi (o ad apparire) “giudice” del mondo reale: delle famiglie, del sistema dei media, delle condizioni del lavoro, ecc.; atteggiamento che la separa sempre più dal contesto in cui è posta, condannandola a essere sempre più inefficace e portando spesso gli insegnanti a ritenere che non solo non è possibile ma, in fondo, non è neppure necessario ripensare criticamente il proprio compito e quindi la propria professionalità.

La cultura professionale oggi largamente diffusa, centrata sulla didattica disciplinare e sulla relazione interpersonale, dimensioni che sembrano esaurire la stessa professionalità, rende agli insegnanti difficile stare di fronte alle domande che emergono interrogandosi sulle ragioni per cui oggi chiediamo ai giovani di passare tutta la loro prima parte della vita all’interno di un ambiente per sua natura “artificiale”.

Le ragioni infatti, per essere riconoscibili nelle concrete condizioni di vita, degli allievi, delle loro famiglie, ma anche degli insegnanti stessi, devono trovare una modalità di espressione adeguata al contesto culturale e socio-economico che può emergere solo guardando alla scuola come parte di questo stesso contesto cui la lega un rapporto non solo di natura funzionale, la cui insufficienza è già stata evidenziata dalla inflazione degli insegnamenti scolastici e dal proliferare delle educazioni.

Due sono le condizioni perché gli insegnanti possano diventare parte attiva e portare il loro contributo al ripensamento del perché e del come la scuola possa e debba rappresentare anche nei nuovi scenari che si vanno delineando un luogo insostituibile per l’apprendimento: il superamento dell’individualismo che caratterizza troppo spesso la posizione dell’insegnante; la disponibilità al confronto con altri soggetti interessati (o impegnati) al raggiungimento degli stessi fini.


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COMMENTI
16/08/2011 - Quali Insegnanti servono ...oggi (Maria Antonia Savio)

I contributi qui pubblicati possono avviare una riflessione! Si ritrovi il desiderio di sperimentare forme nuove di praticare la "professione docente"!. E' quanto mai urgente che il Collegio Docenti, i Consigli di classe diventino luoghi di elaborazione di proposte "operative". I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, i giovani che incontriamo ogni giorno sono portatori del "bisogno di una forma di scuola" alla quale possano appartenere! Si può temere infatti che la disaffezione (che a volte diventa abbandono!) cresca nel prossimo periodo. La pretesa di risultati che raggiungano vertici importanti (9 o 10 nella scala numerica) sta soverchiando i rapporti interpersonali in famiglia, tra famiglie e docenti, tra Scuola e Società. Il tutto in assenza dei diretti interessati (gli alunni) che assistono marginalmente a tutto quanto viene deciso per loro. Tant'è che spesso si utilizzano minacce e vie di fatto legali da parte di genitori che si sentono lesi nel "loro diritto" quando non sono soddisfatti di ciò che la Scuola propone e decide. Il rischio è la "sostituzione": a chi "interessa" la Scuola: ai genitori? ai ragazzi?. Molto perciò c'è da dire sulla Scuola: è un luogo di dimostrazione di forza? di recriminazioni tra adulti? E' urgente trovare una forma nuova per "fare Scuola", in cui i soggetti "portatori di interesse" gli alunni, occupino il "centro" dei processi scolastici, Persone concrete, ragazzi di oggi, protagonisti, attesi, ascoltati. "I care": è ancora di moda!

 
11/08/2011 - INTERESSANTE, MOLTO INTERESSANTE! (Gianni MEREGHETTI)

Ringrazio Felice Crema per le sollecitazioni del suo interessante articolo, le questioni sollevate sono decisive e se prese sul serio e affrontate con intelligenza possono portare fuori dalle attuali secche in cui la scuola sopravvive, senza qual salto di qualità che tutti auspicano. Nella direzione che Crema indica anch'io vedo la possibilità di trovare l'unità tra il particolare che si insegna e il destino per cui viene insegnato. In questa direzione vorrei riportare una frase di don Luigi Giussani che mi ha guidato in questi anni, anche se io ne sono stato indegno, troppo indegno. Per don Giussani essere insegnante significa insegnare “con una precisione circa la verità di quel che dice, con un amore alla verità di quel che dice e, perciò, con più poesia ( poesia nel senso generale del termine); con più amore a chi ha davanti, perciò con più pazienza, con più adattabilità, pronto a valorizzare osservazioni che venissero dagli scolari, pronto a rispondere a domande insistenti, anche troppo analitiche, che gli scolari facessero: insomma, una disponibilità alle esigenze della scolaresca che si chiama carità”. Questa mi pare la strada maestra per rispondere al bisogno oggi sempre più urgente, quello di una conoscenza in cui l'umano sia implicato per superare la divisione che in questi anni si è dilatata tra conoscenza e educazione, una divisione di cui si nutre l'ideologia del disciplinarismo ma anche chi vi si oppone. La sfida posta da Felice Crema è più che decisiva.

 
11/08/2011 - Coi piedi per terra (enrico maranzana)

Condivisibile l’assunto “La cultura professionale comune alla maggioranza degli insegnanti italiani appare oggi chiusa in un’aula (la propria), legittimata da un sapere formalizzato”, proposizione che conduce al superamento sia “dell’individualismo che caratterizza troppo spesso la posizione dell’insegnante; della indisponibilità al confronto con altri soggetti interessati al raggiungimento degli stessi fini”, sia “delle forme di collegialità oggi presenti”. Focalizzo l’ultima frase per rimarcare la distanza che esiste tra l’ordinaria gestione dei processi scolastici con l’impianto concettuale dei decreti delegati che sono stati concepiti proprio per conseguire le finalità indicate dallo scritto. CHE SENSO HA DECONTESTUALIZZARE UN PROBLEMA? Rimando a “I mali della scuola: i piani alti calpestano le regole e privilegiano il pensiero libero”, visibile in rete, in cui si mostra l’origine dell’insensibilità dei docenti a “rendersi disponibili e di promuovere un diverso rapporto con gli altri insegnanti”.