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SCUOLA/ Quello strano "diritto di licenziare" di Tremonti e della Bce

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I ministri Tremonti e Gelmini (Ansa)  I ministri Tremonti e Gelmini (Ansa)


Urge ripensare a questa illibertà che si è diffusa dentro la scuola e ha frenato tante energie positive, ma non è sul diritto a licenziare che si deve impostare una nuova organizzazione della docenza. Se così fosse sarebbe solo come dire ieri avevo cento posti di lavoro oggi ne ho cinquanta, per cui devo licenziare. Giusto. Ma rimane aperta sia la questione di chi licenzio sia come posso risolvere la questione del lavoro di chi devo licenziare.
Impostare in questo modo il problema è ridurlo a una pura contingenza economica, che pure c’è, ma che non implica nessun diritto, anzi porta a scelte gravi e dolorose.

Occorre invece avere il coraggio di rivedere le modalità di reclutamento per poter tenere insieme due principi che fino ad oggi la scuola italiana ha eluso programmaticamente: il primo è che un insegnante non è uguale all’altro, anzi ogni insegnante è ricco della sua originalità, della sua modalità di comunicazione, dell’intensità del suo sguardo; il secondo è che ogni studente ha diritto al miglior insegnante possibile per poter crescere, per diventare grande, per conoscere.

Reclutare è tenere insieme questi principi, è che un insegnante venga assunto per quello che vale e risponda al bisogno di educazione di studenti e famiglie, i quali a loro volta lo debbono poter verificare. Sarebbe un sistema del tutto nuovo e con questo si ristabilirebbero i diritti, di cui quello centrale è quello all’educazione. In questa direzione certamente anche l’illicenziabilità finirebbe, ma non per ragioni di conti dello stato, ma per la semplice ragione che chi non risponde al bisogno per cui è stato assunto è meglio che faccia un altro lavoro. Ancora una volta a stabilire il valore di un insegnante o di un altro non è lo stato, ma chi di un insegnante ha bisogno, e chi desidera conoscere non può sopportare di avere di fronte un insegnante che fa solo perdere tempo.



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COMMENTI
12/08/2011 - Diritto di licenziare... (Giuseppe Crippa)

Professor Mereghetti, capisco che l'espressione “diritto di licenziare” susciti la sua indignazione (e non piace neppure a me) ma pare davvero che siamo di fronte ad una situazione di emergenza per i conti del Suo datore di lavoro (lo Stato). Quando il mio datore di lavoro (una multinazionale) lo ha deciso – ed i conti non erano neppure da situazione di emergenza – ha licenziato 200 persone. Ha offerto una “buonuscita” e lo Stato ha fatto la sua parte con la cassa integrazione e l'indennità di mobilità. Molti miei colleghi e le loro famiglie hanno sofferto, ma a distanza di tempo vedo che la maggior parte di essi si è “ritrovato” (e in qualche caso “reinventato”) un lavoro anche se nella maggior parte dei casi, lo ammetto con amarezza, più precario. Prima di discutere di modalità di reclutamento risponda per favore a questa semplice domanda: Perché noi (privati) sì e voi (statali) no?