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SCUOLA/ Bertagna: dall'Esperanto ai Diritti Umani, ecco cosa penso delle "nuove materie"

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Un insegnante spiega alla lavagna  Un insegnante spiega alla lavagna

Il primo riguardava le discipline e il secondo le educazioni, mettendo bene in evidenza che le discipline non avevano una funzione finale, cioè non dovevano essere studiate a scuola solo perché importanti in sé, ma importanti e preziosi in quanto strumenti di analisi della realtà e in quanto strumenti di ordinamento del pensiero, di accostamento ai problemi, e di risoluzione di questi, quindi come strumenti dell’educazione. Le due parti delle indicazioni nazionali avevano una priorità logica, ontologica e antropologica nell’educativo, in cui erano presenti tutte queste dimensioni che oggi ritornano, come l’educazione civile, l’alimentazione, i diritti umani, l’ambiente e così via». Cosa pensa dell’introduzione dell’educazione ambientale? «Nel 2004 era già presente, ma c’era il principio che per queste educazioni dovevano essere adoperate le discipline, quindi non c’era l’ora di disciplina e l’ora di educazione ambientale, ma c’era l’educazione che attraverso le scienze, l’economia o la letteratura doveva servire come occasione per aumentare la sensibilità educativa dei ragazzi nei confronti dell’ambiente». E per quanto riguarda l’educazione dei diritti umani? «Va benissimo, come si può essere contrari a una cosa così ovvia? Il fatto è che se si fa l’ora di diritti umani si raggiunge l’obiettivo contrario di quello che si voleva affermare, perché i ragazzi non riusciranno a tollerare una serie di aspetti disciplinari così organizzati. Diverso invece è se i diritti umani vengono rispettati ogni mattina con i ragazzi, attraverso azioni riflessive sui comportamenti inadeguati o portando a scuola un giornale e mostrando la vita delle famiglie. Allora in quel caso diventa davvero educazione dei diritti umani». Cosa pensa invece della proposta della Lega riguardo al dialetto e alla storia locale? «Anche questa va bene, purché non si aggiunga a un’altra disciplina. La storia già l’abbiamo e ci mancherebbe altro se questa prescindesse da un radicamento e da una memoria di cui ciascuno è testimone personale e a maggior ragione a livello societario e nazionale. Quindi per forza di cose non si può capire la storia d’Italia se non a partire anche dalla nostra storia, dei nostri nonni e delle nostre famiglie. Quindi non va bene se le ore da 30 diventano 31, o se gli insegnanti da nove diventano dieci, perché si avrebbe solo una frammentazione sia conoscitiva che educativa che non aiuterebbe nessuno».



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