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SCUOLA/ Gli studenti non sanno più ragionare? Ringraziamo il "secolo breve"

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Viene così abolita la differenza tra un’ipotesi e un’opinione sulla realtà. La prima è una conoscenza che esige una verifica costante con l’esperienza da cui promana e a cui rimanda. Costruire ipotesi da verificare è un’attività che ogni giorno compiamo, quando dobbiamo risolvere piccoli e grandi problemi. Per fare ipotesi, servono comunque i dati empirici, che possiamo ricavare in due modi: o nell’esperienza diretta (nella pratica quotidiana) o affidandoci all’autorità di chi ha la nostra fiducia - in altre parole: dando credito a una tradizione. Certo, bisogna sottoporre a verifica anche la tradizione, riconsiderandone contenuti e metodi. Ma si deve pur partire da un dato empirico accettato come valido.

Diversa dall’ipotesi è l’opinione, cioè l’impressione, che un individuo si costruisce senza ragionare, ma lasciandosi guidare e dominare dal “si dice”, dagli stereotipi diffusi dal potere (di qualsiasi tipo). Chi “si fa un’idea” di qualcosa, non vede la realtà. Il suo sguardo resta limitato alle apparenze: vede il fenomeno, ma non dispone dello strumento per cogliere, nel fenomeno, la presenza di caratteristiche comuni ad altri fenomeni.

Sembra che molti studenti, giunti nell’università, siano incapaci di fare astrazione. Non riescono, cioè, a individuare i processi o le proprietà comuni a una serie di fenomeni. Sanno magari enunciare un principio generale, ma non sono capaci di applicarlo a un caso concreto. Oppure, sanno descrivere un caso concreto, ma non ne capiscono il senso, cioè non sono capaci di individuarvi la presenza di un principio generale. In altre parole: non pochi studenti fanno gran fatica a ragionare, cioè a “fare i conti” con la realtà, a risolvere una situazione problematica. Vi è quasi l’impressione che, nell’esperienza della scuola, non siano stati allenati a guardare la realtà, a osservare i dati senza pregiudizi; gran parte di loro è invece assuefatta ai bla bla e non riesce a distinguere un’ipotesi da un’opinione, una teoria da un’ideologia.

Forse la responsabilità non è soltanto della scuola, ma di tutta una società, Università compresa. Le forme di conoscenza tradizionali sono saltate, e non solo nella scuola. Siamo in presenza di un grande mutamento antropologico-culturale: la capacità di fare astrazione, di individuare le categorie che sottendono ai fenomeni dell’esperienza, ha ceduto il passo all’immagine, alla raffigurazione del fenomeno singolo, effimero. Non si vede più l’unità che permane nella variabilità delle sue manifestazioni - in altre parole: non si è più capaci a “fare collegamenti” tra un oggetto e un altro, tra un evento e un altro. Non si riesce perché qualcuno ha detto che non ci sono ragioni che reggono la realtà.

Davvero è necessario “allargare il concetto dominante di ragione”, come esorta Benedetto XVI.



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COMMENTI
16/08/2011 - Siamo nella Digital Society (Daniele Prof Pauletto)

Occorre tener conto che Siamo nella Digital Society ... La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità, meno concentrata e analitica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza... Stiamo “evolvendo” verso un’intelligenza fluida, utilitaristica, che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (information overload). “Una strategia di sopravvivenza fondamentale della società dell’informazione consiste nel sapersi proteggere dal 99% delle informazioni ricevute indesiderate” (Eriksen)... sul tema recente pubblicazione qui http://www.educationduepuntozero.it/community/digital-brain-netintelligenze-4016275377.shtml

 
16/08/2011 - Dove sono i controllori? (enrico maranzana)

La questione affrontata è del tutto sovrapponibile a quanto Carlo Fedeli ha scritto su questa rivista "Gli studenti oggi? Tre minuti di dettagli, ma non sanno dov’è il tutto": si tratta di due denuncie dell’inefficacia del SISTEMA educativo di istruzione e formazione. "Forse la responsabilità non è soltanto della scuola" ma, indubbiamente, la situazione mostra la sterilità della sua azione. Molte sono le vie, CONCRETE, per la cura del malfunzionamento descritto, tra queste la più immediata e di facile applicazione è la validazione del certificato delle competenze che le scuole rilasciano a partire dal corrente anno scolastico, al termine dell’obbligo. Come possono essere giustificate rilevazioni positive a "Analizzare dati e interpretarli sviluppando deduzioni e ragionamenti"; "Collocare l’esperienza personale in un sistema di regole"; "Riconoscere nelle varie forme i concetti di sistema e di complessità" se le osservazioni in sede universitaria sono di assoluta negatività?