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SCUOLA/ Tutto quello che prof e scuole non hanno capito dell’Invalsi

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“È assolutamente opportuno e auspicabile che all’interno del Paese si sviluppi un ampio dibattito sulle prove che permetta di dare spazio a diversi punti di vista, sia sul piano culturale sia su quello più propriamente tecnico” (Le caratteristiche tecniche delle prove Invalsi 2011). Con queste parole l’Invalsi dichiara la sua volontà di interloquire a tutto campo non solo con la realtà della scuola ma anche con il complesso della società, sapendo bene che recentemente personalità di spicco della cultura e dei media si sono assunte la responsabilità di intervenire, spesso in maniera critica, sull’operazione “rilevazione degli apprendimenti”.

La rilevazione Invalsi infatti non è un fatto tecnico interno ad un istituto “specializzato in test”, ma riguarda tutta la nazione, quello che in essa viene considerato importante e da presidiare: il bene tutelato dalla scuola non è solo un pacchetto di nozioni e abilità, bensì un’idea antropologicamente fondata dell’uomo adulto, con cui anche le misurazioni tecniche devono avere un rapporto di coerenza. Fa bene il rapporto a richiamare innanzitutto i limiti delle prove, che non possono dare informazioni che non sono predisposte a dare: bisogna evitare “un’attribuzione eccessiva di significato alle prove stesse, quando invece all’interno dei quadri di riferimento è già esplicitamente dichiarato che, per loro natura, le prove standardizzate non possono, né devono, essere intese come uno strumento utile per tutti gli scopi di misurazione e di valutazione”. Certamente però quello che viene misurato viene reso oggetto di un’attenzione specifica e quindi merita la vigilanza critica della società intera.

Riconoscendo nel dibattito seguito alle prove un tratto positivo, il Rapporto tecnico intende “dare le ragioni” del proprio operato, prendendo in esame anche alcune critiche specifiche. Una delle critiche frequenti alle prove, per esempio, è stata la difficoltà di alcuni quesiti, ritenute del tutto inaccessibili. Su questo punto viene precisato quanto da tempo chi si occupa di prove standardizzate va dicendo nelle più diverse occasioni, cioè che una delle differenze fra una prova di profitto svolta in classe e le prove standardizzate a carattere nazionale o sovranazionale è il range molto ampio di difficoltà dei quesiti.



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COMMENTI
23/08/2011 - “prof e scuole non hanno capito” (!) (Vincenzo Pascuzzi)

Torniamo all’articolo e al suo titolo. Improprio, colpevolizzante, da padrone a sottoposto risulta già il titolo dell’articolo: “prof e scuole non hanno capito” (!). Notarbartolo, per conto dell’Invalsi, mette le mani avanti e i prof e le scuole sul banco degli accusati, da subito e a prescindere. Si esclude l’ipotesi e l’eventualità: “noi dell’Invalsi non siamo stati chiari, non ci siamo spiegati, forse la colpa è anche un po’ nostra, dovevamo parlarne”. No! Sono loro – prof e scuole - che non hanno capito! D’altronde la chiamata in causa, la messa in stato di accusa e la condanna per direttissima e senza potersi difendere (inaudita altera parte) per i docenti è diventata un po’ la condizione di default: qualsiasi malfunzionamento o carenza della scuola viene attribuito alla loro colpa. Mentre viene ignorata (non assolta, proprio ignorata!) tutta la gerarchia, dai d.s., o presidi, fino al ministro, passando per gli usp, gli usr, gli assessorati comunali, provinciali e regionali. “Le prove Invalsi sono come un metro della sarta”. Così sosteneva la Notarbartolo ancora pochi mesi fa paragonando l’Invalsi addirittura al Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres! Non ci siamo proprio, lasciamo stare le misure e i metodi della Fisica che sono tutt’altra cosa. Lasciamo stare anche il metro della sarta. Come già abbiamo lasciato stare il termometro evocato dal prof. Andrea Ichino. leggi tutto: http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110823094708

 
18/08/2011 - Prove INVALSI (Margherita Vitale)

Sono d'accordo sul fatto che serva un sistema di valutazione nazionale. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che i tests sono ben strutturati, che gli items sono differenti nei livelli di difficoltà, ma se non servono a valutare scuole e docenti in modo indiretto: - perché poi INVALSI fa la "classifica" per regione? Potrebbe dare i dati generali senza specificare la regione; - perché ogni volta si devono criminalizzare le scuole del sud (accusate di gonfiare i voti) che sono in contesti e finanze ben diverse da quelle del nord, senza tener conto del fatto che molto spesso al sud si deve lottare anche con la dispersione scolastica? - qualcuno ha mai capito come INVALSI sceglie le classi campione? quali sono i criteri? Non vi sembra un po' troppo semplicistico e vago questo sistema? Se INVALSI non valuta, cosa fa? E poi siamo sicuri che applicare un sistema psicometrico sia effettivamente affidabile in contesto educativo? E poi perché INVALSI manda i tutors nella mia scuola che di fatto vengono a fare rilevamenti da Ispettori e poi non restituisce i reports di queste persone? Come fa una scuola a migliorare se non viene a conoscenza dei punti critici rilevati? Basta solo il punteggio ottenuto dagli allievi nelle prove? Ancora troppi interrogativi a cui dare risposte "serie" e precise.

 
18/08/2011 - lupus et agnus (enrico maranzana)

“Da un lato aleggia una certa approssimazione sul perché si fanno queste prove, ma soprattutto è ancora scarsa l’efficacia delle informazioni ottenute dalle misurazioni ai fini del miglioramento per il sistema”.. “Nella speranza di dare agli insegnanti elementi utili non tanto alla normalizzazione dell’operazione-prove, quanto alla coscienza critica e vigile sulla loro utilità” sono frasi originate dall’indeterminatezza delle finalità del SISTEMA educativo di istruzione e formazione. Se le indicazioni nazionali fossero state concepite come armonico sviluppo dell’impianto concettuale del regolamento (CFR ad esempio il profilo culturale, educativo e professionale dei licei con i relativi obiettivi specifici dell’apprendimento) e fossero stati enunciati i traguardi in termini di competenze (CFR modello di certificazione al termine dell’obbligo) non sarebbe stata ravvisata la necessità di richiamare “la totalità degli insegnanti di italiano ad essere meglio informati”, critica che, nella sostanza, addebita al corpo docente responsabilità non sue.