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SCUOLA/ Tutto quello che prof e scuole non hanno capito dell’Invalsi

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Se un appunto si può muovere, non all’Invalsi ma al settore-scuola in quanto tale, è la scarsissima opera di diffusione dei contenuti e dei metodi di lavoro dell’Invalsi fra i diretti interessati. I Rapporti sono fondamentali, ma non molti li conoscono; i Quadri di riferimento chiariscono già molti aspetti che fanno obiezione ai docenti, ma molti degli insegnanti non li hanno mai letti. A parte l’opera svolta nelle famose quattro regioni dell’Obiettivo convergenza, dove team di formatori sono stati mandati a tutti gli insegnanti coinvolti nelle rilevazioni Pisa (nel 2008) e a tutti i docenti del primo ciclo coinvolti in quelle dell’Invalsi (2010-11), non si è registrata un’operazione analoga per le altre Regioni, anche per mancanza di fondi.

La conseguenza è che da un lato aleggia una certa approssimazione sul perché si fanno queste prove, ma soprattutto è ancora scarsa l’efficacia delle informazioni ottenute dalle misurazioni ai fini del miglioramento per il sistema in quanto tale e all’interno delle scuole singole, dove c’è ancora molto fai-da-te e molta incertezza. Segnalo che l’Irre Lombardia (a furia di ex non si sa come chiamarla: Nucleo Territoriale ex-Ansas ex-Irre Lombardia) ha in programma per il periodo autunnale un approfondimento di questi temi (quadri di riferimento, rapporto nazionale, dati di scuola, rapporto interno di scuola), nella speranza di dare agli insegnanti elementi utili non tanto alla normalizzazione dell’operazione-prove, quanto alla coscienza critica e vigile sulla loro utilità.

Lo scopo delle misurazioni è di fare cosa culturalmente utile, e non di assuefare il sistema alle prove. “Se - come certamente l’Invalsi auspica - si vuole evitare che si inducano nella scuola fenomeni non desiderabili di addestramento alle prove standardizzate” (cosa peraltro inutile perché esse volutamente sono “molto varie da un anno all’altro, sia rispetto ai contenuti sia alle modalità con le quali i quesiti sono formulati”) è necessario lavorare sugli aspetti e i processi e sui livelli di difficoltà. Non è l’addestramento al test la chiave di volta, ma l’approfondimento di che cosa significa comprendere un testo e interagire con esso: su questo versante oggettivamente all’estero hanno lavorato più di noi, con gli studi sui poor readers, sui processi cognitivi di recupero delle informazioni e sulla memoria a medio e lungo termine, sulle inferenze e gli impliciti, sul grado di difficoltà di diverse formulazione delle domande ecc.: aspetti su cui la totalità degli insegnanti di italiano dovrebbero essere meglio informati.

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COMMENTI
23/08/2011 - “prof e scuole non hanno capito” (!) (Vincenzo Pascuzzi)

Torniamo all’articolo e al suo titolo. Improprio, colpevolizzante, da padrone a sottoposto risulta già il titolo dell’articolo: “prof e scuole non hanno capito” (!). Notarbartolo, per conto dell’Invalsi, mette le mani avanti e i prof e le scuole sul banco degli accusati, da subito e a prescindere. Si esclude l’ipotesi e l’eventualità: “noi dell’Invalsi non siamo stati chiari, non ci siamo spiegati, forse la colpa è anche un po’ nostra, dovevamo parlarne”. No! Sono loro – prof e scuole - che non hanno capito! D’altronde la chiamata in causa, la messa in stato di accusa e la condanna per direttissima e senza potersi difendere (inaudita altera parte) per i docenti è diventata un po’ la condizione di default: qualsiasi malfunzionamento o carenza della scuola viene attribuito alla loro colpa. Mentre viene ignorata (non assolta, proprio ignorata!) tutta la gerarchia, dai d.s., o presidi, fino al ministro, passando per gli usp, gli usr, gli assessorati comunali, provinciali e regionali. “Le prove Invalsi sono come un metro della sarta”. Così sosteneva la Notarbartolo ancora pochi mesi fa paragonando l’Invalsi addirittura al Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres! Non ci siamo proprio, lasciamo stare le misure e i metodi della Fisica che sono tutt’altra cosa. Lasciamo stare anche il metro della sarta. Come già abbiamo lasciato stare il termometro evocato dal prof. Andrea Ichino. leggi tutto: http://www.retescuole.net/contenuto?id=20110823094708

 
18/08/2011 - Prove INVALSI (Margherita Vitale)

Sono d'accordo sul fatto che serva un sistema di valutazione nazionale. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che i tests sono ben strutturati, che gli items sono differenti nei livelli di difficoltà, ma se non servono a valutare scuole e docenti in modo indiretto: - perché poi INVALSI fa la "classifica" per regione? Potrebbe dare i dati generali senza specificare la regione; - perché ogni volta si devono criminalizzare le scuole del sud (accusate di gonfiare i voti) che sono in contesti e finanze ben diverse da quelle del nord, senza tener conto del fatto che molto spesso al sud si deve lottare anche con la dispersione scolastica? - qualcuno ha mai capito come INVALSI sceglie le classi campione? quali sono i criteri? Non vi sembra un po' troppo semplicistico e vago questo sistema? Se INVALSI non valuta, cosa fa? E poi siamo sicuri che applicare un sistema psicometrico sia effettivamente affidabile in contesto educativo? E poi perché INVALSI manda i tutors nella mia scuola che di fatto vengono a fare rilevamenti da Ispettori e poi non restituisce i reports di queste persone? Come fa una scuola a migliorare se non viene a conoscenza dei punti critici rilevati? Basta solo il punteggio ottenuto dagli allievi nelle prove? Ancora troppi interrogativi a cui dare risposte "serie" e precise.

 
18/08/2011 - lupus et agnus (enrico maranzana)

“Da un lato aleggia una certa approssimazione sul perché si fanno queste prove, ma soprattutto è ancora scarsa l’efficacia delle informazioni ottenute dalle misurazioni ai fini del miglioramento per il sistema”.. “Nella speranza di dare agli insegnanti elementi utili non tanto alla normalizzazione dell’operazione-prove, quanto alla coscienza critica e vigile sulla loro utilità” sono frasi originate dall’indeterminatezza delle finalità del SISTEMA educativo di istruzione e formazione. Se le indicazioni nazionali fossero state concepite come armonico sviluppo dell’impianto concettuale del regolamento (CFR ad esempio il profilo culturale, educativo e professionale dei licei con i relativi obiettivi specifici dell’apprendimento) e fossero stati enunciati i traguardi in termini di competenze (CFR modello di certificazione al termine dell’obbligo) non sarebbe stata ravvisata la necessità di richiamare “la totalità degli insegnanti di italiano ad essere meglio informati”, critica che, nella sostanza, addebita al corpo docente responsabilità non sue.