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SCUOLA/ Quell'ambiguità da risolvere nel “patto tra generazioni”

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Il ministro Gelmini in un’intervista al Giornale sostiene l’importanza di “un patto tra generazioni che preservi i diritti dei più giovani”. Un’affermazione quella del ministro che non può se non trovare il più ampio consenso: tutti vorremmo, chiamiamolo pure, un patto tra generazioni che promuove i diritti dei giovani. Nello stesso tempo viene da chiedersi se non sia un puro sofisma quanto affermato dal ministro Gelmini, visto che nella modalità con cui sta  gestendo il suo ministero tutto sta favorendo fuorchè un patto tra generazioni, tutto fuorchè promuovere i diritti dei più giovani. A meno che si intenda per diritto il diritto di sapere che per un giovane nel mondo della scuola non c’è posto!
Urge far chiarezza sulla questione dei giovani, il problema non è un patto tra generazioni, anche perché chi potrebbe stringere questo patto? E che cosa ci dovremmo aspettare, al posto dei patti sindacali i patti tra generazioni? Bisogna cambiare mentalità, passare dal vecchio modo di pensare sindacaleggiante che vede la contrattazione come condizione di sviluppo ad un nuovo modo di affronto del mondo del lavoro che pone la qualità come condizione di sviluppo.
Se proprio vogliamo usare il termine gelminiano di patti tra generazioni è necessario che si stabilisca una volta per tutte che dentro la scuola ciò che deve essere valorizzata è la qualità dell’istruzione e dell’educazione e che per far questo occorre una e una sola riforma, quella di rendere le scuole statali realmente autonome e quelle paritarie effettivamente tali.
Per preservare i diritti dei giovani, ma con questi i diritti di tutti dentro la scuola, dagli insegnanti alle famiglie, agli studenti, non c’è altra strada che quella di promuovere, valorizzare, potenziare l’educazione e questo si può fare dentro un sistema libero. Il ministro Gelmini al posto di parlare di strani quanto improbabili patti tra generazioni dovrebbe mettersi al lavoro per realizzare la riforma che è rimasta del tutto incompiuta dentro il suo lavoro ministeriale, quella dell’autonomia e della parità.



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