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SCUOLA/ Se la lezione sui 150 anni dell’Unità c’entra con l’io…

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Il primo è lo sguardo dell’insegnante, se si sorprende per questa domanda, se valorizza questa apertura, se la coglie anche quando rimane implicita e la fa diventare esplicita. Senza questo sguardo di simpatia di fronte alla ragione che si apre al senso di ciò che si sta facendo i giovani non imparano a ragionare, anzi le loro energie critiche e creative vengono depresse dall’inizio e con grande difficoltà riusciranno ad emergere. Per ragionare, per imparare a farlo, per lanciarsi nella vertigine della ragione il punto di partenza è uno sguardo, un affetto che coglie l’umano nel suo sorgere, nel suo tentare il nesso con il reale.
Il secondo è che l’insegnante sappia seguire lo svolgersi della domanda, non voglia anticipare la risposta, non butti sullo studente il peso di quello che sa rendendo inutile cercare o non inserisca il dubbio sul tentativo che la domanda ha aperto. L’insegnante deve tornare alla sua natura, che è quella di aiutare a leggere i segni e a seguirli. E’ la realtà, quello che accade, gli ostacoli che si frappongono a insegnare a ragionare. Qui sta il problema serio dell’insegnante di oggi, perché di solito che cosa succede? Che un insegnante pensa che gli studenti imparino a ragionare se ripetono quello che lui dice e nel modo in cui lo dice. Ragionare sarebbe così una tecnica da apprendere. Invece è la realtà che conduce per mano ogni studente e se lui la segue impara l’uso della ragione, è la realtà che guida dentro il fascino della ragione e ne svela le infinite possibilità. Si tratta però di introdurre dentro la scuola un nuovo modo di insegnare, cioè che la proposta dell’insegnante faccia i conti con la domanda che suscita, ma li faccia realmente, piegandosi agli interrogativi che emergono e seguendone pazientemente le traiettorie. Un lavoro affascinante!



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