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UNIVERSITA'/ Ornaghi: più libertà ai rettori di scegliere i docenti

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Se vuole dire che la vita è divenuta più facile, non sono del tutto d'accordo. È vero che di quel pregiudizio ottocentesco rimangono soltanto alcuni scampoli, però attenzione, perché c’è una derivazione diretta di quella concezione che è tuttora presente in ciò che chiamiamo sbrigativamente relativismo ma che potremmo meglio chiamare politeismo dei valori, e il suo pericolo non è inferiore a quello dell’antico pregiudizio verso un orientamento cattolico incompatibile per definizione con il sapere scientifico. Per esso l’identità cattolica è un valore come un altro, che nulla aggiunge né toglie...

Quali risposte deve elaborare una istituzione che voglia definirsi «cattolica»?

Tornerei alla parola «vocazione». Essere chiamati vuol dire cercare di guardare il futuro sulla base della propria storia. Le risposte concrete vanno elaborate sulla base di questo presupposto fondamentale. Vocazione è far vedere che la storia che portiamo, il modo in cui guardiamo il futuro è più importante della produzione di nuove forme di conoscenza che non sono portatrici di affermazioni forti, positive, sulla persona e il bene comune.

Lei attribuisce alla sua università una particolare «missione civile» in relazione alla storia italiana?

Semplificando, direi che la missione civile è quella di anticipare i tempi, capire che cosa il domani richiede rispetto al presente. Agostino Gemelli ha giocato a suo tempo su due fronti principali: quello di una cultura che non fosse succube delle altre forme culturali - nel caso, di quel pregiudizio che si diceva; e quello della costruzione di una classe dirigente pensata con lo sguardo rivolto ad un domani prevedibilmente diverso rispetto al presente. Si può lavorare per un generico e astratto bene comune senza che questo chieda un prezzo nella sfera della coerenza ideale ai propri valori?

Dunque una università non deve fornire solo conoscenze ma anche una virtù?

Se non lo facesse verrebbe meno alla sua finalità educativa. Come dicevo, le «università di tendenza» sono quelle più simili ai prototipi di università. Se il momento educativo diventasse secondario saremmo dentro ad altre forme di professionalizzazione.

Si parla di modello universitario europeo, britannico, americano, asiatico... Cosa pensa quando legge le classifiche delle «migliori università» del mondo?



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