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EDUCAZIONE/ Ci sono ancora i padri capaci di educare al senso della vita?

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La tragedia del nostro tempo è che non c’è più educazione. Siamo forse la prima generazione di adulti che vive in modo così drammatico il problema della tradizione, cioè della consegna da una generazione all’altra di un patrimonio di conoscenze, di valori, di certezze, di positività, di un’idea buona della vita. Non è più così scontato, non è più così facile che avvenga quel miracolo che sempre è stata l’educazione e che ha garantito, nel bene e nel male, anche in momenti terribili della storia, che il mondo andasse avanti. Evidentemente ci sono delle ragioni. Per esempio, è stata troppo sistematicamente distrutta, da parte di una certa cultura, l’idea del padre. Perché è attorno a questo nodo che si gioca la partita dell’educazione: l’educazione c’è se in primo luogo c’è l’adulto.

Una certa cultura prima ha distrutto l’idea stessa di Dio, di una Paternità grande a cui l’uomo appartiene o è desideroso di appartenere; ma così si è tarlata la certezza stessa dell’uomo di avere qualche cosa di buono e di intelligente da dire ai propri figli, in casa sua. Il problema è il cinismo di una cultura che ha distrutto l’unica cosa di cui i nostri figli hanno bisogno: sapere a chi appartengono, cioè avere un padre e una madre. Sapere di chi sono, perché è l’unica cosa che li educa e li preserva, anche psicologicamente, da tutte le patologie da cui sono ormai massacrati. Ma perché un figlio sappia a chi appartiene, bisogna che anche il padre sappia a chi appartiene. Io da bambino ho questo ricordo vivo di mio padre: quando andavamo a letto a dormire la sera veniva a farci dire le preghiere: entrava, s’inginocchiava in mezzo alla stanza e cominciava: “Padre nostro che sei cieli...”.

Mio padre era uno che non faceva tante prediche, parlava pochissimo; ci ha tirati grandi semplicemente invitandoci, in modo sempre implicito, a guardare quello che guardava lui. Era come se dicesse: “Io e voi, cari figli, siamo sulla stessa barca, e l’unico problema che avete è andare nella giusta direzione. Io ci sto provando: così si vive bene! Venitemi dietro che probabilmente diventate grandi anche voi”. E io lo guardavo e capivo che in lui la vita era una saggezza. Lui guardava le cose e le conosceva: lo capivi da come si muoveva, da come stava, da come cantava, da come giocava a carte, da come serviva a tavola noi figli e tutti gli amici che sono venuti dopo.



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COMMENTI
26/08/2011 - Una questione semantica (enrico maranzana)

“La tragedia del nostro tempo è che non c’è più educazione. Siamo forse la prima generazione di adulti che vive in modo così drammatico il problema della tradizione, cioè della consegna da una generazione all’altra di un patrimonio di conoscenze, di valori, di certezze, di positività, di un’idea buona della vita”. Due le annotazioni, la prima è di L. Carroll che fa dire al coniglio bianco “Qui devi correre con tutte le tue forze solo per rimaner fermo”. La seconda riguarda il significato delle parole, esso varia al variare dal contesto di riferimento: l’uso generico dei termini conduce alla confusione e all’immobilismo. Questo il motivo dello stallo in cui si trova la scuola: il Consiglio di istituto ha la responsabilità di deliberare i “criteri della programmazione EDUCATIVA” e il Collegio dei docenti è responsabile della “programmazione dell’azione EDUCATIVA”: se fosse stato attribuito a “educare” un univoco e vincolante significato e l’istituzione avesse onorato i corrispondenti oneri, gli occhi dei giovani osserverebbero e giudicherebbero il mondo in modo più adeguato.