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SCUOLA/ Nemmeno la "filosofia" dell'apprendimento può fare a meno degli adulti

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Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)

Una citazione per la verità un poco datata può illustrare la dimensione “sociale” dell’apprendimento come condivisione “dal basso” di conoscenze essenziali: si tratta della sintesi dei lavori della Commissione dei Saggi istituita dal ministro Berlinguer e presieduta da Roberto Maragliano (gennaio-aprile 1997). Nel documento conclusivo si indicava come “compito prioritario della nuova scuola la creazione di ambienti idonei all’apprendimento che abbandonino la sequenza tradizionale lezione - studio individuale - interrogazione per dar vita a comunità di discenti e docenti impegnati collettivamente nell’analisi e nell’approfondimento degli oggetti di studio e nella costruzione di saperi condivisi”.

Il fiume carsico della decostruzione del cosiddetto “insegnamento tradizionale” ha attraversato le varie fasi delle riforme della scuola (il Riordino dei Cicli di Berlinguer, la Riforma Moratti, il cacciavite del ministro Fioroni, la Riforma Gelmini), per ricomparire nella attuale teorizzazione delle tecnologie dell’insegnamento, sull’onda dei paradigmi indicati dalle competenze chiave europee, e soprattutto dall’imparare ad imparare (formula che desta le più entusiastiche adesioni, così come le più accese ripulse). Non a caso il recente progetto ministeriale “Valorizza”, che ha premiato 276 docenti che si sono distinti per un generale apprezzamento nelle proprie scuole, ha curvato il focus della sperimentazione sulla “gestione” dei processi di apprendimento e sul rispetto delle “regole” disciplinari: due ambiti nei quali evidentemente gli insegnanti più attivi si sentono particolarmente dotati.

Ad ogni buon conto, il presupposto di queste riflessioni è che non si possa prescindere dalla odierna e sempre più impellente esigenza (tanto più urgente quanto implicita in certi comportamenti degli alunni) di insegnamento significativo, tale da essere espressione di una presa in carico, da parte del docente, di tutto l’orizzonte della persona dell’alunno, nella consapevolezza che l’apprendimento deriva dalla messa in moto di un interesse per la realtà, che nasce a sua volta dalla immedesimazione con figure stabili di adulti.



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COMMENTI
29/08/2011 - Dalla Germania (Gianni MEREGHETTI)

Dalla Germania vorrei scrivervi alcuni pensieri, per confermare la sua tesi di fondo. Il superamento dello schema “lezione tradizionale – studio del singolo studente – interrogazione” nel senso di “meno insegnamento più apprendimento”, con la parola d’ordine “imparare a imparare” e con l’insistenza sui metodi per superare l’insegnamento frontale in forza per l’appunto di “metodi cooperativi” etc. sono qui un “fatto”; se non per tutte le generazioni di insegnanti, certamente per i giovani insegnanti che vengono esaminati, in due lunghi anni di “referendariato”, proprio in queste competenze. Ma quello che dice Foschi per l’Italia vale anche per noi! I giovani hanno bisogno di adulti che facciano una proposta educativa riguardante la realtà e l’intelligenza come apertura ad essa. – Come insegnante di religione, filosofia, storia e latino in una scuola privata, riconosciuta dallo stato, questi anni tedeschi mi sono serviti molto, perché nell’attenzione ai metodi e all’apprendimento vi è una verità fondamentale: se non faccio ciò che so, non lo so realmente. Ma viene completamente oscurato in questa prospettiva il fatto, che il vero problema dell’educazione, in un certo senso, siamo noi adulti. I ragazzi si lasciano formare (non fare), se noi ci lasciamo formare. Obbediscono se noi obbediamo. Questo lo intendo in primo luogo a livello ontologico, non moralistico.

 
29/08/2011 - Grazie (Gianni MEREGHETTI)

Grazie a Foschi per averci riproposto la vera sfida che permane dentro i passaggi spesso caotici e incerti della scuola. Dall'insegnamento all'apprendimento, è certo che vi sia qualcosa di buono in questo passaggio, ma la questione seria rimane quella di chi porta questo passaggio, del soggetto che lo fa. Sperare che il cambiamento venga da nuove strategie, questo è stato l'errore di tanti anni segnati dall'ideologia, oggi c'è più scetticismo che speranza, in tutti, tranne in chi insegna per una sovrabbondanza d'umano di cui fa esperienza. In adulti così non fa paura nessun cambiamento, anzi è l'occasione per portare dentro ciò che cambia quello di cui ogni studente ha bisogno, uno sguardo che liberi le sue energie creative. Quindi se oggi la questione seria è apprendere, apprendiamo insieme come occasione di conoscenza! Grazie

 
29/08/2011 - "Comunicare conoscenze?" (enrico maranzana)

L’affermazione: “Perciò di apprendimento bisogna occuparsi .. perché l’insegnante è impegnato nella continua riflessione sulla trasmissione dei contenuti fondanti le materie di studio” compendia il Leitmotiv dello scritto. E’ riproposta la stantia idea d’una scuola destrutturata: il concetto di sistema è assente e pertanto la gestione delle relative dinamiche sono ignorate [CFR. art. 6 comma 1 Legge 4 marzo 2009, n. 15]. Non è stata data rilevanza al fatto che i contenuti disciplinari sono da scegliere in funzione dei traguardi educativi e formativi che unificano tutti gli insegnamenti [CFR. art. 2 comma 1 lettera a) legge 53/2003] e che le pratiche didattiche sono da rivisitare per concretizzare quanto indicato nell’allegato A del profilo culturale, educativo e professionale dei licei. Della progettualità, sostanza dell’autonomia scolastica [CFR. art. 1 comma 2 DPR 275/99], non c’è traccia, nemmeno sullo sfondo.