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1° GIORNO DI SCUOLA/ Iniziare, perché? Dialogo tra Isabella e un prof

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Forse allora non è questa la noia che la spaventa. Isabella, quest’anno per te è importante, entro pochi mesi dovrai decidere che cosa fare per i prossimi cinque anni, e questa scelta potrà vincolarti anche per molto tempo dopo: hai qualche idea? No, non ho ancora deciso, non ci ho ancora pensato abbastanza. Qui ti vorrei rispondere con le frasi che ripeto ai genitori tutte le volte che si fa “orientamento”, e che direi anche ai tuoi: la scuola deve insegnare ad essere responsabili, a scegliere: non necessariamente per tutta la vita, ma almeno per i prossimi anni, così poi avrete degli strumenti per scegliere quel che verrà dopo. Imparate a evitare quelle che vi sembrano delle non-scelte.

Dovrei spiegarti perché siamo ormai in tanti a pensare che il sistema dei licei, e soprattutto il “liceo scientifico di massa”, sia una trappola che per la maggior parte dei ragazzi significa proprio rinviare la responsabilità di crescere e di decidere, nell’adolescenza prolungata e plastificata che va bene sia al marketing, sia a chi fa l’alternativo e il trasgressivo di mestiere. Ma qui ti annoierei di sicuro, perché per tua fortuna lo scetticismo e la disillusione non li conosci ancora. Proviamo a pensare in cosa consista uno qualsiasi dei lavori “che farai da grande”, allora. Potrai tenere una contabilità o trapanare una carie, correggere compiti o allevare animali: in ogni caso, quella di sfuggire alla noia sarà una fatica quotidiana da cui non ti salverai nemmeno andando a fare la skipper ai Caraibi.

Ti ho sentito dire una frase illuminante: Ma se faccio un liceo, vuol dire che dopo devo per forza andare all’università per altri cinque anni? Lì sono stato zitto e ho riso sotto i baffi. Però, pensando alla prima campanella che sta per suonare nel mio istituto tecnico, non è giusto buttarla sul ridere: perché a me la scuola, nonostante tutto, piace così tanto da aver smesso di fare altre cose per tornarci dentro, e volerci proprio restare. Anzi, tu probabilmente non ascolti i telegiornali, ma secondo quel che dicono ci dovrò restare almeno altri vent’anni, per cui alla noia devo sopravvivere per forza. Subito alla prima ora incontrerò una classe che mi piace, con cui spero di concludere alla grande un triennio di lavoro. Forse mi piace perché sono ragazzi che hanno già deciso come iniziare la loro vita di adulti e, soprattutto, perché ho visto che quando il mio ritmo cala, quando mi lascio prendere dalla noia, loro si risentono e me lo dicono; pretendono da me quello che io pretendo da loro: coerenza, professionalità, voglia di vivere.



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COMMENTI
12/09/2011 - Tornare a riveder le stelle (enrico maranzana)

Nel libro "Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta" il giovane Chris viaggia per gli Stati Uniti aggrappato alla schiena del padre. Solo alla fine del romanzo il suo sguardo supera la spalla del genitore e il mondo gli si presenta in tutta la sua varietà. Si tratta di un’analogia calzante: sia il professore che Isabella non possiedono il senso delle cose, non percepiscono la finalità della scuola, non colgono il fatto che un problema complesso non può essere semplificato ma deve essere affrontato con rigorosità, non difendono il loro diritto di esplorare il mondo con interesse e partecipazione accettando supinamente “ripetitività e noia”, non assumono e non difendono le loro responsabilità di governo dimenticando “d’esser uomini e non soldati”, non sono in grado di diagnosticare l’origine del disservizio scolastico, non vogliono il cambiamento.

RISPOSTA:

Caro Maranzana, un maestro ci ha insegnato che, se quando io scrivo il lettore non capisce, la colpa è mia e non del lettore, e che però a volte è lecito qualche dubbio... perchè credevo si capisse che l'atteggiamento del prof era proprio il contrario su tutta la linea: trovare il modo, nonostante tutto, di dare senso ed entusiasmo alla scuola. Sia pur temendo che quest'anno nuovo, quando l'almanacco finirà, non ci parrà migliore di quelli vecchi. Con Isabella e i suoi 13 anni dobbiamo cercare linguaggi e forme che possono non essere gli stessi che usiamo con simpatiche canaglie di 17 o 19, perchè, anche in questi giorni accelerati, l'età fa differenza. Ho ricordi vaghissimi del libro di Pirsig, ma non credo che a nessuno di loro mi sentirei di proporre la sua spiritualità sofferente, e men che meno quelle della pletora di libri che ne hanno copiato titolo e genere. Così come dubito che possano essere coinvolti se gli proponiamo la teoria della complessità, il sudore della fronte richiesto ad Adamo o altri discorsi che verrebbero più spontanei a noi agée. Discorsi che spero riusciranno poi a capire se noi, facendo la nostra parte soprattutto con l'esempio, li avremo accompagnati mentre imparano a volare da soli: operazione che spesso ha dei momenti noiosetti. Piuttosto, come spiritualità, preferisco tenermi - finché posso e riesco - a qualcosa di molto più nostro come un ora et labora in laetitia. Ma anche qui, non pretendo di avere tutte le risposte in tasca. Alla prossima. SP