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OCSE/ L’esperto: la nostra scuola non premia i prof e manda l’Italia in crisi

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Dei paesi Ocse fanno parte anche alcune nazioni che non hanno problemi di crescita, come il Brasile. Se noi, in realtà, prendiamo in considerazione solo gli Stati europei, ci rendiamo conto che il divario non è più così ampio. Resta il fatto che un divario, effettivamente, c’è; l’Italia è penalizzata dallo scarso investimento sui giovani, e dalle limitazioni che hanno, in termini di carriera, nel mercato del lavoro. E’ culturalmente, ancora oggi, dominante l’idea secondo cui a certi posizioni debbano accedere solo i lavoratori più anziani. Il nostro tessuto imprenditoriale, inoltre, è slegato dai settori maggiormente connaturati allo sviluppo. 

Angel Gurría ha esortato gli Stati ad investire in educazione, anche in tempo di crisi. Data la situazione dei debiti sovrani che sta mettendo a repentaglio il futuro dei Paesi, non le sembra un controsenso?

La crisi, sicuramente, è legata anche allo stato delle finanze pubbliche. Stravolgimenti, in termini di spostamenti di risorse, in favore di un intervento sull’educazione sono, quindi, impensabili in questa fase in cui i pareggi dei bilanci sono una priorità; vale per l’istruzione come per il welfare o la sanità. Tuttavia, il problema dei conti pubblici, attualmente, non risiede nel numeratore (il debito) ma nel denominatore (il Pil): in sostanza, l’aumentare del debito è tipico di tutte le economie in espansione; le criticità insorgono quando smette di aumentare il Pil. Ebbene: sul lungo periodo l’istruzione è una leva in grado di aumentare la produttività.  

Qual è, secondo lei, alla luce dei dati Ocse, il nodo cruciale dell’istruzione in Italia?

La questione fondamentale è quella degli insegnanti. Una buona istruzione dipende dal livello di chi insegna. Il nostro sistema educativo non valorizza chi educa, perché non lo valuta, non prevede scatti retributivi competitivi rispetto al mercato del lavoro e la sua selezione è demandata a procedure burocratiche centrali.  



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COMMENTI
14/09/2011 - Era ora... (Franco Labella)

Stavolta un commento telegrafico: era ora che qualcuno lo scrivesse con tanta chiarezza. Per cui mutuo quella che sembra essere il denominatore comune di alcuni commenti: grazie.