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SCUOLA/ L’accordo sul Tfa può metter fine al "conflitto" tra giovani e precari

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Mariastella Gelmini (Foto Imagoeconomica)  Mariastella Gelmini (Foto Imagoeconomica)

Le rigidità rappresentate da un calcolo del fabbisogno di posti per le abilitazioni all’insegnamento costituito dai soli pensionamenti previsti per i prossimi anni (già in parte ridimensionate da una “operazione trasparenza” che ha indotto l’amministrazione ad aumentare in pochi mesi i numeri fino alla cifra ricordata di 13.285) possono essere considerate superate a condizione che le università, il cui ruolo risulta notevolmente valorizzato, si mettano al lavoro per effettuare le operazioni previste, nel poco tempo che resta a disposizione fino al 7 ottobre: verificare la possibilità di fare partire corsi di abilitazione transitoria nel maggior numero delle classi di abilitazione previste, con una offerta didattica e strutturale di qualità.

Si rimette in moto un processo virtuoso che ha come finalità immediata quella di non tradire le aspettative di migliaia di giovani insegnanti, che dopo la chiusura delle SSIS attendono di entrare in campo non per rivendicare il posto fisso (l’abilitazione non coincide con il reclutamento), ma per svolgere un percorso selettivo che porta ad un’idoneità che potrà essere spesa, se lo vorranno, nel sistema nazionale dell’istruzione e che comunque vale come titolo professionale.

Sullo sfondo di tutta questa operazione, da seguire ancora con ostinata passione per il bene comune, c’è infatti il destino della professione docente del nostro Paese, che non può permettersi di vedere confliggere i diritti legittimi dei già abilitati iscritti nelle graduatorie ad esaurimento (che saranno lentamente immessi in ruolo a partire dai 30mila di quest’anno) e gli altrettanto legittimi diritti dei giovani, che, dopo un percorso universitario indirizzato all’insegnamento, ambiscono ad un percorso di rapporto diretto con la scuola (il Tfa prevede 475 ore di tirocinio diretto e indiretto a contatto con gli studenti), al termine del quale c’è l’esame abilitante.

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COMMENTI
13/09/2011 - bisogna pensare al futuro (Michele Borrielli)

Io credo che occorra pensare al futuro, e sotto questo aspetto sono d'accordo con il Ministro, occorre verificare le possibilità di lavoro per i giovani dove ci sono, ed indirizzarli opportunamente, pur nel pieno rispetto della specifica "vocazione" di ognuno. Ad esempio, in campo chimico le opportunità di lavoro non mancano e non mancheranno. Il Consiglio Nazionale dei Chimici ha più volte lamentato il sempre minore afflusso di giovani in un settore determinante per il futuro oltre che industriale anche energetico del Paese (senza il nucleare la chimica svolgerà un ruolo centrale) e ha altresì sottolineato l'"invecchiamento" dei chimici italiani. Ma come discernere e valorizzare tutte le "vocazioni chimiche" in Licei che, secondo le bozze di nuove classi di concorso presentate ai sindacati il 15/3/11, non prevedono la presenza della classe di concorso A013-futura A-34 (docenti LAUREATI IN DISCIPLINE CHIMICHE), lasciando di fatto l'insegnamento della chimica nei licei, anche scientifici e classico, nelle mani di docenti (classe A060), quasi tutti laureati in scienze naturali, biologiche ed altro? Rinvio per le necessarie integrazioni al link http://www.chimicimarche.it/doc/LETTERA%20PRESIDENTI%20ORDINI%20DEI%20CHIMICI%20TERRITORIALI.pdf e ringrazio la Redazione per lo spazio concesso

 
13/09/2011 - Troppo ottimismo (Giorgio Israel)

Mi permetto di rinviare al commento fatto all'articolo di Magni

 
13/09/2011 - Miiopia (enrico maranzana)

“Sullo sfondo, da seguire ancora con ostinata passione per il bene comune, c’è infatti il destino della professione docente del nostro Paese” che, con colposa semplificazione, è stata ridotta a una questione di stabilità lavorativa. Il buon padre di famiglia decide solamente quando possiede una visione chiara e strutturata della questione da risolvere e, in questo caso, solamente dopo aver decodificato quanto è stato decretato in merito alla formazione iniziale degli insegnanti. Questa NON DEVE consistere nella mera acquisizione della conoscenza disciplinare ma si sostanzia di “competenze psico-pedagogiche, metodologico-didattiche, organizzative e relazionali” oltre a quelle “necessarie allo sviluppo e al sostegno dell'autonomia delle istituzioni scolastiche”. In altri termini la norma prefigura un sistema integrato in cui, sinergicamente, tutti gli insegnamenti concorrono al conseguimento del fine istituzionale. Perché si affida il mandato della formazione alle università la cui vocazione non ha nulla a che vedere con quella dell’ISTITUZIONE scuola? Meglio rimanere al calduccio, con un servizio scolastico destrutturato in cui gli strumenti ne hanno occultato l’orientamento. La condizione necessaria per garantire “il destino della professione docente del nostro Paese” è il rinnovamento del’attività delle scuole in funzione degli orientamenti a cui le norme si ispirano. Come si possono formare le nuove leve se l’ambito lavorativo fornisce un modello deviante?