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SCUOLA/ Bottani: i dati Ocse? un mondo "ideale" che non fa i conti con la realtà

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L’OCSE è favorevole alla scolarizzazione di massa fino ai 24 o 25 anni. L’OCSE non propone obiettivi del genere, ma indirettamente si capisce che l’educazione secondaria di secondo grado deve ormai essere generalizzata e che più alto è il tasso di matricole e di laureati migliore sarebbe la vita di tutti quanti e l’andamento dell’economia. Al contrario, meno si studia peggio va per tutti: il rischio di disoccupazione diventa elevatissimo, il rischio di un aumento della criminalità pure, il rischio di cadere nell’estrema povertà cresce, la perdita di profitti finanziari per i governi diventa elevata, l’economia ne soffre.

Queste sono solo alcune conseguenze illustrate dai dati trattati dall’OCSE. Se non si investe nella scuola l’apocalisse si avvicina a grandi passi. Per evitarla occorre scolarizzare la società a spron battuto. Ma quale scuola? Questa è la questione. L’OCSE parla d’istruzione terziaria, ma l’istruzione terziaria non esiste ovunque. Per esempio in Italia è del tutto embrionale. In Italia c’è una gran quantità di università le quali non sono che un tipo di formazione terziaria (tra l’altro nemmeno eccellente come dimostra la classifica mondiale della qualità delle università), ma per altre modalità di formazione terziaria non universitaria si è solo ai primi vagiti. Cosa significa dunque il messaggio dell’OCSE per l’Italia?

Il nodo della tesi dell’OCSE è la connessione tra livelli d’istruzione scolastica e mercato del lavoro. Si suppone che esista una stretta correlazione, anzi un’interdipendenza tra queste due strutture, un rapporto automatico quasi. Il diploma scolastico funzionerebbe come un passaporto per entrare senza ostacoli nel mondo del lavoro, ma tutti sanno che non è affatto così. In certi casi, per fortuna, la relazione funziona, mercato del lavoro e istruzione scolastica sono in sintonia, ma in altri casi no. Per esempio i confronti internazionali non consentono di sostenere che esiste una correlazione forte tra livello d’istruzione dei giovani e tassi di disoccupazione giovanile. Portogallo e Paesi Bassi hanno per esempio giovani meno formati ma anche meno spesso disoccupati, mentre la Spagna ha scelto di seguire l’OCSE e di promuovere l’accesso al settore terziario  senza però constare un calo della disoccupazione giovanile.

Il mercato del lavoro funziona secondo una logica propria che non è quella che governa l’istruzione scolastica. Si può deplorare questo stato di cose e tentare di correggerlo, ma quale di questi due mondi è il più malleabile? Dove intervenire? Cosa modificare? Se ci si pensa un attimo ci si rende conto subito che non è affatto semplice trovare un appiglio. Se ci fosse, avremmo già la soluzione, e il problema della disoccupazione giovanile e dei NEET, ossia dei giovani che non vanno a scuola, che non cercano lavoro, che sopravvivono negli interstizi dello stato sociale e della società della conoscenza, che vivono di lavori precari, occasionali, sarebbe forse meno grave di quanto traspare dalle analisi dell’OCSE. Ma siamo distanti anni luce da questo mondo ideale.



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