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SCUOLA/ Via Paravia e non solo: istruzioni per "uscire" dalle classi-ghetto

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Immagine d'archivio (Imagoeconomica)  Immagine d'archivio (Imagoeconomica)

La vicenda della scuola di Via Paravia di Milano ha portato in evidenza una problematica che è affrontata in termini di compromesso e mediazione sia dal punto di vista normativo che umano.

Come ormai è noto, il ministero dell’Istruzione non ha autorizzato la formazione di una classe di prima elementare (primaria) nella scuola di Via Paravia a  Milano perché sulla carta composta da soli bambini stranieri più due italiani e, quindi, contro la norma che prevede una percentuale del 30 percento massimo di presenza di alunni stranieri in una classe. La situazione era stata stigmatizzata qualche mese fa anche nella trasmissione televisiva “Hotel patria” condotta da Mario Calabresi, ex prestigioso alunno di quella scuola.

Ritorno con la memoria agli anni novanta che mi videro protagonista di studi e sopralluoghi in scuole con presenza massiccia di alunni stranieri (Penso alla scuola di Via Giusti e alla Brunacci, entrambe di Milano). Entrando in queste scuole si assisteva ad uno spettacolo multicolore di pelli e di attività che avevano come obiettivo quello di rendere possibile la comunicazione e l’interazione tra alunni così diversi, “sfruttando” le conoscenze, le discipline, come strumento efficace e non solo come fine. Per dare la misura di queste situazioni si ricorda che la popolazione scolastica era formata per il 50 percento da alunni stranieri appartenenti a svariate etnie.

Ora. Come è possibile che una norma, suggerita da un prudente buon senso, cancelli una tradizione di volontà e creatività della scuola italiana e, a ben vedere, alla cancellazione di una classe (o di un’intera scuola)? Si tenga conto che nel caso citato gli alunni stranieri sono bambini nati in Italia, che hanno frequentato la scuola materna e che hanno preso un discreto possesso della lingua italiana (magari stanno interiorizzando, facendole convivere, due culture: quella del paese d’origine dei genitori attraverso questi ultimi e quella italiana, assunta per osmosi dalla frequentazione di bambini italiani in situazione di gioco, di festa, di “scuola” dell’infanzia, di programmi televisivi, anche). E’, questa, una situazione paradossalmente privilegiata in cui i bambini partono con uguali possibilità, opportunità, fermo restando le differenze e le peculiarità proprie di ciascuna persona, unica e “speciale”.

Diverso panorama si disegna in quelle classi in cui c’è la presenza di alcuni alunni non nati in Italia, o adottati da famiglie italiane da poco tempo. In questo caso lo scarso o nullo possesso della lingua italiana diventa ostacolo per la comunicazione e per l’apprendimento. E’ lì che la scuola deve mostrarsi un ambiente regolamentato organizzativamente e culturalmente (le Indicazioni), ma pronto ad una riorganizzazione di spazi, tempi in forza di obiettivi educativi rivisitati. Già. Perché è importante individuare i bisogni “evidenti” di questi alunni  e risolverli, senza però fermarsi lì. I bisogni esistenziali accomunano tutti gli alunni e allora parole come comunicazione, socializzazione, accoglienza, cultura e apprendimento devono essere ri-significate. La diversità può essere un ostacolo od una occasione per i docenti, per gli alunni e per le famiglie.



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COMMENTI
16/09/2011 - stare tra la gente (francesco taddei)

"la cultura italiana viene assunta per osmosi dalla frequentazione di bambini italiani" ecco la ragione della norma voluta dal ministro. Inoltre se la presenza di alunni stranieri obbliga ad un rallentamento nel programma, questi bambini verranno visti come ostacolo all'apprendimento. questo spiega la bontà delle classi ponte (peraltro già presenti in altri paesi senza tante proteste). Infine Calabresi si esercita nello sport nazionale degli "opinion makers" e cioè criticare questo governo senza discernimento, apprescindere!

 
16/09/2011 - Chiusura dell'unica prima di via Paravia (Mariella Ferrante)

Pur condividendo quanto detto nell'articolo a proposito delle reali possibilità di richezza educativa ed umana di classi multi etniche - laddove naturalmente ci siano le condizioni di poter fare una proposta formativa, mi chiedo se nel caso della chiusura della prima classe di via Paravia non sia il caso di porsi un'altra questione: come mai è rimasta solo una prima? i genitori si sono orientati verso altre scuole o la scuola si trova in un quartiere dove c'è un forte calo di natalità? Ha senso tenere aperta una scuola solo con una prima?