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SCUOLA/ "Senza oneri per lo Stato": perché i cattolici sono stati sconfitti?

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Giovanni Gentile (1875-1944; immagine d'archivio)  Giovanni Gentile (1875-1944; immagine d'archivio)

Le ragioni forti della richiesta stanno compiutamente solo nell’esigenza di garantire un corretto rapporto tra persona, aggregazioni sociali e ordine riconosciuto dalla legge, esigenza che dovrebbe essere centrale nell’organizzazione di uno Stato che voglia dirsi democratico. E bisogna riconoscere che fin dall’inizio le motivazioni portate appartengono a questa categoria; già D’Ondes Reggio nell’intervento che apre il 1° Congresso dei cattolici (1871) fonda le sue argomentazioni affermando i diritti originali - della famiglia (si badi, della famiglia e non della famiglia cattolica!) riguardo all’educazione e all’istruzione dei figli e della chiesa riguardo i suoi fedeli - devono poter valere non solo nella dimensione “privata” (interpersonale) ma devono potersi esprimere anche nella dimensione “pubblica” (cioè sociale). La prima infatti dà origine ad un diritto individuale, la seconda (che trova nella scuola il suo momento caratterizzante) rappresenta l’espressione di un diritto ‘politico’ senza il quale anche il primo si sfuoca e perde significato. La ragione che sottende la richiesta dà voce infatti ad appartenenze concrete (famiglia, chiesa), animata da scelte ideali, che si collocano come elemento costitutivo (e primario) del tessuto sociale. Questa motivazione si allargherà presto a riconoscere il ruolo decisivo anche alla ‘comune’ (oggi diremmo municipalità), anch’essa rappresentante di una forma primaria di relazione sociale.

La posta in gioco dell’acceso confronto tra liberali (e socialisti) da un lato e cattolici dall’altro che segna un secolo e mezzo di storia è quindi molto più ampia di quanto siamo soliti pensare. Affrontando il concreto problema delle modalità pubbliche con cui si accolgono le diverse risposte alla domanda di educazione e di istruzione dei giovani si mette infatti coscientemente in gioco un’idea di società. Affermando che non solo l’istruzione privata (impartita cioè all’interno della famiglia) ma anche quella pubblica (quella cioè aperta a tutti coloro che scelgono di seguire un determinato corso di studi) è questione che riguarda direttamente i soggetti sociali e solo in maniera residuale il soggetto politico “Stato” si propone un modello di organizzazione della polis fondato su quello che oggi conosciamo come “principio di sussidiarietà”.

Questi temi troveranno negli anni attorno alla prima guerra mondiale una sintesi coerente ed efficace nel pensiero (ma anche nell’azione) di don Luigi Sturzo, a lungo sindaco di Caltagirone e fondatore nel 1919 del Partito Popolare, che farà tesoro anche della riflessione maturata nelle Settimane sociali che accompagnano la riflessione dei cattolici italiani a partire dal 1907. In esse il tema dell’educazione e della scuola, in particolare della libertà scolastica, è sempre presente con un peso significativo e si sviluppa, in polemica anche con l’idealismo di Gentile, riconoscendo esplicitamente allo Stato, per quanto riguarda educazione ed istruzione, una funzione “sussidiaria” rispetto a quella della famiglia e della Chiesa. In questo contesto la scuola come istituzione pubblica ha un posto centrale e si colloca all’incrocio dei diritti di tre soggetti - famiglia, Chiesa, Stato - stabilendo un preciso rapporto tra legame sociale e amministrazione pubblica, ambedue considerate dimensioni essenziali della politica.



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