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SCUOLA/ Cuore contro ragione? No, grazie

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Nello stupore, l'essenza del conoscere (immagine d'archivio)  Nello stupore, l'essenza del conoscere (immagine d'archivio)

Per questo alla scuola dovrebbe interessare, sì, un’educazione delle emozioni, ma antropologicamente e non psicologicamente intesa, dove parlare di “emozioni” significa parlare di un “io-in-relazione”, ovvero dei seguenti fatti: 1) il “sentire” (umori, sensazioni, emozioni, passioni, sentimenti, stati d’animo, affettività, atteggiamenti), di cui le emozioni sono uno dei possibili stati, è l’organo della relazione (allo stesso modo in cui Romano Guardini definiva la coscienza l’organo del bene); 2) attraverso il sentire l’uomo entra in relazione col reale, diventa se stesso, assurge alle vette antropologiche, che lo rendono un “io” solo se “in-relazione”; 3) è il sentire che, nei suoi stadi di sviluppo ultimi, diventa capacità morale (moral emotions); 4) è il sentire che, insieme ad altre modalità operative della ragione, rende possibile lo svolgersi integrale del processo conoscitivo. Come aveva vertiginosamente capito san Tommaso D’Aquino otto secoli fa, il sentire è, insieme alla razionalità, una delle due grandi “opera vitae”, uno dei due grandi assi antropologici di sviluppo dell’umano: “Ex hoc aliquis percipit se animam habere et vivere et esse, quod percipit se intelligere, sentire et alia huiusmodi opera vitae exercere”.

La ragione inizia a riappropriarsi del suo cuore o il cuore della sua ragione, quando riparte dal reale, quando è colpita dalla realtà, quando è mossa (lat. ex-mota): attratta, incuriosita, desiderosa, stupita, meravigliata, commossa, entusiasmata ... le declinazioni di questo movimento sono innumerevoli e le più diverse (395 sono quelle della cui esperienza il popolo italiano ha fatto tesoro in nove secoli di storia). Il sentire è quindi una ragione, che torna a essere l’energia che genera il gusto delle cose, il gusto della vita, fino a una capacità di bene reale, di giustizia reale, di verità umana.

E allora “La preghiera rivolta a Dio dal re Salomone potrebbe avere valore anche per noi – scrive la Arendt -. Solo un ‘cuore intelligente’, e non la mera riflessione o il mero sentimento, ci permette di vivere con gli altri in uno stesso mondo”. A Salomone Dio concesse un cuore saggio e intelligente, per distinguere il bene dal male e governare con giustizia. E un cuore intelligente è quel che dovremmo chiedere anche noi oggi, dice Finkielkraut. Ma un cuore intelligente che cos’è? Esiste una ragione del cuore?

Non semplicemente un Ordo: l’ordine, il senso che anche gli abissi del cuore possiedono, le ragioni (al plurale) del cuore, come direbbe Pascal. “Sarà una semplice metafora la ‘visione attraverso il cuore’?”, si chiede la Zambrano, quando per secoli è prevalsa la “visione dell’intelletto”? “Se l’uomo non può interrogarsi razionalmente sulle realtà essenziali della sua vita - scrive Benedetto XVI -, sulla sua origine e sul suo fine, sul suo dovere morale e su quanto gli è lecito, sulla vita e sulla morte, ma deve rimettere questi problemi decisivi a un sentimento separato dalla ragione, allora non la innalza, ma la priva del suo onore”. Una ragione (al singolare) del cuore è questo: un’altra forma di verifica valutativa (appraisal), in cui gioca il suo ruolo l’uomo nella sua interezza, col suo bisogno di verità, il suo bisogno di felicità, il suo bisogno di bene e di giustizia, con quel cuore da cui sono nati i grandi libri della civiltà occidentale, come ricorda Allan Bloom citato in queste pagine da John Garvey.



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