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SCUOLA/ Cuore contro ragione? No, grazie

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Nello stupore, l'essenza del conoscere (immagine d'archivio)  Nello stupore, l'essenza del conoscere (immagine d'archivio)

Vero è che “Le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere” diceva David Foster Wallace e, quanto alle emozioni, in genere o le si demonizza o le si esalta. Nel primo caso il sentimento, un disordine inutile e dannoso all’ordine radioso della razionalità, viene arginato e compresso, con il risultato di una perdita di vitalità, di capacità di senso e di felicità, di tensione costruttiva dell’uomo. Nel secondo caso, come per Margherita nel Faust, “Il sentimento è tutto. La parola è soltanto rumore e fumo”. E il sentimento assolutizzato, diventato cioè sentimentalismo, corrode con violenza l’umano e le relazioni, da cui l’umano si alimenta. Come scriveva la Zambrano: “Così Max Scheler, formulando un sapere del cuore, può dire: Ciò che l’espressione simbolica cuore designa non è (come ve lo immaginate voi, filistei da un lato e romantici dall’altro) la sede di stati confusi, di impeti oscuri e indeterminati o di forze intense, che spingono l’uomo da una parte all’altra”.

Non è un problema la cosiddetta riduzione antropologica operata dalle scienze psicologiche, innanzi tutto perché esiste una tradizione scientifica (psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica), che tale riduzione non l’ha operata, come ricorda sempre Borgna, e in secondo luogo perché l’oggetto di ricerca di queste scienze è la mente, non l’uomo. Come dire? La psicologia, spesso, fa solo il suo mestiere. I problemi nascono quando si assume l’orizzonte psicologico come un orizzonte antropologico; il problema è cioè ridurre colui che si ha di fronte a ciò che la scienza psicologica dice. A maggior ragione quando la medesima riduzione viene operata da chi di mestiere dovrebbe non curare il negativo, ma tirare fuori (educare) il positivo.

I problemi nascono quando l’istituzione scolastica, abdicando al suo fine educativo in favore di quello esclusivamente istruttivo, lascia lo spazio educativo rimasto vacante all’avanzata psicologica, che possiede invece tutt’altro territorio di azione magari anche all’interno di un istituto scolastico. La dinamica emotiva è una dinamica antropologica sia quando è positiva (interesse, passione, fiducia, stupore, meraviglia, ammirazione, speranza, affetto, compassione, gioia, ecc.), sia quando è negativa (disinteresse, apatia, noia, ansia, disperazione, rabbia, tristezza, ecc.). È solo nel caso in cui la normale dinamica negativa diventi patologica, che devono entrare in gioco le scienze psicologiche, non prima e non semplicemente perché chi entra in classe non sa chi ha di fronte, se non per qualche dato anagrafico, che nulla aggiunge a un approccio meramente istruttivo dell’insegnamento, che è fallimentare (per i ragazzi e per la scuola).

Non è - evidentemente - un problema neppure la razionalità, un’altra modalità operativa di una ragione piena e possente. La sua peculiare capacità elaborativa e astrattiva è quanto consente all’uomo di dare un significato alle cose; ma è proprio questa sua caratteristica a renderla facilmente astratta dal reale, cioè incapace di conoscere. Il problema è che una ragione allargata non è tale in virtù di uno status proprio; ce ne si riappropria solo nello svolgersi corretto del processo conoscitivo. È il conoscere la realtà, che restituisce l’intera ragione a se stessa, ma è solo un’educazione antropologicamente consapevole che può restituire all’uomo la capacità di conoscere, di comporre in un’unità di senso un mondo di saperi tra loro disconnessi e di competenze presto obsolete.



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