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SCUOLA/ Per salvare la storia dell’arte facciamo come in Usa

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Particolare del Duomo di Firenze  Particolare del Duomo di Firenze

La recente riforma della scuola superiore che ha modificato in maniera consistente la distribuzione delle ore di insegnamento della storia dell’arte ci offre lo spunto per una riflessione sulla natura e sull’utilità di tale disciplina.  Si legge spesso che l’Italia possiede più di un terzo dei beni culturali di tutto il mondo. La percentuale varia a seconda dell’enfasi e delle intenzioni di chi scrive, ma è certo che il nostro Paese ha una grande responsabilità nei confronti dell’arte. Ci si chiede però se a questa quantità corrisponda altrettanta coscienza nei cittadini della ricchezza che l’Italia possiede.

Un’altra ricorrenza sulla stampa riguardo al nostro patrimonio culturale è quella dei cosiddetti “giacimenti culturali”. Per cui si ripete che il petrolio dell’Italia è l’arte, le sue bellezze artistiche e culturali. Questo è un altro elemento ricorrente nelle riflessioni sul destino del Paese, che emerge soprattutto nei tempi di crisi.

Chiunque sia stato all’estero ha constatato che nell’immaginario degli stranieri l’Italia è ricordata soprattutto per la sua arte. Persino prima che per le sue risorse paesaggistiche, anche se è molto difficile distinguere l’arte dal suo contesto paesaggistico e culturale. Paradossalmente c’è molta più coscienza della vocazione culturale dell’Italia in chi non è italiano rispetto a chi è nato e cresciuto qui. È evidente che questa scollatura sia causata da un vuoto di conoscenza, o più propriamente da una lacuna educativa, delle generazioni più giovani. Di coloro che sono ancora nel tempo della formazione o ne sono appena usciti.

D’altro canto un gran numero tra gli studenti delle nostre università frequenta corsi che hanno nell’arte il loro fulcro. Oltre al tradizionale indirizzo umanistico di Storia dell’arte e della critica, alcuni corsi si occupano degli aspetti più strettamente tecnici, come le Scienze dei beni culturali, o gestionali, come Economia e gestione dei beni culturali. Tutti orientamenti che hanno al loro centro l’opera d’arte, considerata da diversi punti di vista.

In tutto questo c’è un punto morto, un buco nero. Sembra che siano state tagliate le connessioni tra questo grande interesse per le professioni artistiche e la stima e il valore che viene dato all’opera d’arte, e la sua radice che è la nostra cultura. Chiunque veda gli affreschi del Buon Governo nel Palazzo Pubblico di Siena o una Madonna di Raffaello non comprenderà appieno le immagini descritte se non si fermerà almeno un attimo ad  osservare le colline senesi e quelle marchigiane, quelle stesse che compaiono sullo sfondo dei dipinti citati. Constatazione che viene naturale a ciascun italiano, indipendentemente dal suo grado di istruzione e di conoscenza della storia dell’arte.



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COMMENTI
30/09/2011 - Una difesa mal congeniata (enrico maranzana)

“Quale spazio ha la disciplina di storia dell’arte nel curricolo scolastico in Italia” è una problematica affrontata il 24/9 da Laura Polo D'Ambrosio su questo giornale, che l'ha inquadrato all’interno della normativa vigente affermando “mi devo preoccupare che lo studente sviluppi un’efficace capacità di osservazione, acquisisca padronanza nell’analisi del testo e utilizzi un lessico specialistico”. Le materie di insegnamento sono, infatti, le palestre all’interno delle quali gli studenti coltivano le loro qualità; il concetto “interdisciplinarità”, conseguentemente, DEVE essere fatto derivare dalla sinergia di tutte le attività di classe per il conseguimento del fine istituzionale che, è bene ricordare, corrisponde allo sviluppo e al potenziamento di capacità e di competenze.