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Educazione

SCUOLA/ Israel: vi racconto il "Vietnam" che ha ucciso la riforma




INT.
Giorgio Israel

lunedì 5 settembre 2011


La complicata vicenda della formazione e del reclutamento dei nuovi docenti, tema ampiamente dibattuto su questo giornale, ha visto elementi di novità dopo la conferenza stampa del ministro Gelmini lo scorso 31 agosto, quando la titolare di Viale Trastevere ha dichiarato i «numeri» dei docenti che saranno immessi in ruolo dalle graduatorie, e quelli relativi ai nuovi docenti da abilitare. Il dibattito offre l’occasione a Giorgio Israel di fare con ilsussidiario.net un punto sull’intera vicenda, e sui criteri che stanno prevalendo dopo le iniziali dichiarazioni riformatrici, nella scrittura delle «riforme» della scuola e dell’università. «La politica ha manifestato la sua debolezza di fronte a corporazioni, sindacati e tecnocrazie ministeriali, cedendo alla logica della scuola come ammortizzatore sociale» dice Israel. Il futuro? «Confesso di essere pessimista. Ci vorrebbe un’inversione totale di orientamento che non appare all’orizzonte...».

Il ministro Gelmini, nella sua conferenza stampa del 31 agosto, ha fornito una risposta ai molti dubbi - espressi da più voci anche su questo giornale - sui numeri dei nuovi docenti e di quelli da assumere sulla base delle graduatorie a esaurimento. Qual è la sua opinione in proposito?

Mi pare che il ministro abbia sciolto i dubbi nel senso di confermare puntualmente le cifre e le scelte che hanno generato le polemiche. Quindi, mi pare che nulla sia cambiato.

Il punto di vista del ministro è riconducibile alle posizioni formulate in una ormai nota lettera al Corriere del 24 luglio: ci rifiutiamo di alimentare nei giovani false speranze, diceva, perché «lo Stato non può creare artificialmente posti di lavoro che non esistono».

La dichiarazione che «lo Stato non può creare artificialmente posti di lavoro che non esistono» è coerente con l’atteggiamento del ministro fin dalla soppressione delle SSIS viste come una fabbrica di precariato e con la scelta di fissare dei tetti per le nuove lauree magistrali per la formazione degli insegnanti e per il TFA (Tirocinio Formativo Attivo), che ovviamente dovevano essere contemperati con l’esaurimento del precariato pregresso. Noto tuttavia che in una conferenza stampa di un anno fa (2 settembre 2010) il ministro sottolineava che il problema precari era immenso, che «nessun Governo è in grado di assorbirne 200 mila: prioritario è non crearne altri», ed enfatizzava l’importanza del nuovo sistema di formazione iniziale.

Davvero?

Poi si è passato a parlare di esaurimento del precariato pregresso nell’arco di 6-7 anni. Adesso si parla di immissione di tutti nell’arco di un triennio - secondo le richieste avanzate con molta durezza dai sindacati. E l’avviso a non nutrire troppe aspettative ha cambiato destinatario: i giovani. I quali sono ormai un esercito in attesa di circa 60.000 unità, ma privo di strutture organizzative che lo difenda. È evidente che se il problema del precariato viene affrontato in questi termini, i numeri per il nuovo sistema di formazione non possono che essere esigui.

La scelta politica è stata quella di privilegiare lo svuotamento delle graduatorie a discapito dei nuovi percorsi abilitanti. Che ne pensa?

Penso che verrà assestato un colpo letale al rinnovamento generazionale e culturale della scuola italiana, in barba a tutta la retorica giovanilista che ci viene propinata da mane a sera. Mi chiedo persino a che pro spendersi tanto a costruire un nuovo sistema di formazione iniziale se alla fine la montagna partorisce un topolino. Noto soprattutto che la prospettiva di una sostanziale chiusura dell’accesso dei giovani all’insegnamento significa anche assestare un colpo letale all’università: le facoltà che formano nuovi insegnanti (soprattutto Lettere e le facoltà scientifiche) subiranno una drastica diminuzione di iscritti, con quali conseguenze per la cultura umanistica e scientifica di questo paese è facile immaginare.

Tutti coloro che hanno chiesto un ricalcolo del fabbisogno hanno sostenuto la distinzione di abilitazione e reclutamento, dicendo che questo avrebbe rotto il circolo perverso del «diritto al posto».

Questa distinzione ha ispirato il lavoro della commissione che ho presieduto. In primo luogo, perché avrebbe consentito una maggiore elasticità nei numeri: non si vede perché l’abilitazione debba costituire la garanzia di avere un posto. Questa è una tipica malattia italiana: ottenere la garanzia del posto fisso subito. Invece, prima ci si abilita alla professione docente, poi, secondo modalità di reclutamento definite a parte - concorsi, chiamata diretta, o altro, non entro ora nel merito - si viene assunti. Ma c’era un’altra ragione ancor più importante per tener ferma quella distinzione, e che spesso non viene colta. In una situazione compromessa come la nostra, si trattava di operare un taglio netto tra passato e futuro, creando un nuovo sistema di formazione per il futuro, da mettere a regime in totale indipendenza dalle eredità pregresse.

E invece?

Se si fossero mescolate le due questioni sarebbe subito iniziato un lavorìo per risolvere al livello del nuovo sistema di formazione il problema del precariato, corrompendone subito la qualità culturale e gli intenti e lasciando che il passato afferrasse il futuro per i piedi. Evidentemente, il problema del precariato esiste, ma è un problema da risolvere in termini politici. La scelta dei «numeri» è politica e non tecnica. Non sarebbe stato serio occultare e «risolvere» a un livello falsamente tecnico un problema politico, che la politica in prima persona ha il dovere di risolvere a viso aperto. Ma proprio perché abbiamo impostato il problema in termini di formazione e non di reclutamento è nato il problema dei numeri e la politica è stata costretta a scegliere.

E lo ha fatto a favore del precariato.

Proprio così. Ancora una volta la politica ha manifestato la sua debolezza di fronte a corporazioni, sindacati e tecnocrazie ministeriali, cedendo alla logica della scuola come ammortizzatore sociale. Come ha detto a Ilsussidiario.net Ernesto Galli Della Loggia, non c’è futuro per un paese che continua a pensare che la cosa più importante di tutte sia assumere decine di migliaia di precari.

Ma come mai secondo lei la politica del ministero, dopo che l’iter del Regolamento per la formazione dei docenti aveva lasciato ben sperare, ha subito questa involuzione?

No, è proprio l’iter del Regolamento che non ha lasciato ben sperare: agli inizi sembrava di poter essere ottimisti, ma poi le cose hanno preso una brutta piega. Per affrontare in modo equo la situazione occorreva prefigurare un riassorbimento del precariato (con regole meritocratiche) nell’arco di 7-10 anni e intanto avviare in modo vigoroso il nuovo sistema, culturalmente più qualificato. Dopo tre anni di pausa, un numero di circa 60.000 posti per i giovani laureati sarebbe stato del tutto ragionevole. Per contemperare le due esigenze, scontentando un po’ tutti, occorreva opporsi alle pressioni corporative e sindacali, oltre che a prassi invalse nella gestione ministeriale. Ma per questo occorreva una forza e una decisione politica che questo governo da tempo non ha più, e che peraltro nessuno dei ministri dell’Istruzione dell’ultimo ventennio (almeno) ha avuto.

Anche alla luce del ruolo che lei stesso ha svolto, esaminando tutto il problema con uno sguardo più ampio, dove sono stati commessi degli errori, in quali passaggi e da parte di chi?

Su questo punto vorrei essere chiaro una volta per tutte: l’esperienza di un professore in contesti come questo è istruttiva e un giorno conto di raccontarla in dettaglio, perché illustra bene come gli interessi corporativi in questo paese sono capaci di demolire le migliori intenzioni. Il ministro ci chiese di operare nel senso che sopra ho descritto e in tempi rapidissimi, per non lasciare vuoti dopo la soppressione delle SSIS. La commissione ha iniziato i lavori il 5 settembre 2008 e ha prodotto con inedita celerità un progetto di regolamento consegnato il 24 dicembre 2008. Va riconosciuto agli uffici legali del ministero di aver approntato la versione legislativa in tempi rapidissimi: entro la fine di gennaio 2009. Poi è iniziato il processo di consultazione di associazioni professionali e sindacati che ha prodotto una mole enorme di critiche e suggerimenti che, per lo più, hanno prodotto soltanto dilazioni perché si elidevano quasi tutte a vicenda. Non entro nel merito, ma va detto che assieme a proposte ragionevoli (come l’aumento delle ore di tirocinio) ve ne sono state altre assurde e persino giuridicamente incompatibili con l’autonomia universitaria. Ma l’aspetto più devastante è stata l’insistita richiesta di saldare nuovamente la tematica del reclutamento a quella della formazione e di introdurre una serie interminabile di modifiche sia tese a difendere gli interessi di gruppi e camarille accademiche e scolastiche formatesi attorno alle SSIS, sia a introdurre «norme transitorie» volte alla difesa degli interessi del precariato. Va dato atto al consigliere Max Bruschi di aver difeso in tutti i modi lo spirito del regolamento...

E poi cos’è accaduto?

Questo è stato possibile fino a un certo punto, come testimonia l’art. 15 del decreto, che costituisce un ammasso di norme transitorie, spesso discutibili e incoerenti e che marca in modo evidentissimo lo stravolgimento già avvenuto del progetto: basta mettere il testo iniziale e quello finale l’uno accanto all’altro. Poi c’è stato il calvario interminabile dell’esame da parte degli organi di controllo e ulteriori richieste di revisione sempre dettate da esigenze di norme transitorie. Va detto che anche il dibattito nelle commissioni parlamentari è stato tutt’altro che agevole, poiché ha privilegiato l’audizione di tutte le istanze contrarie al progetto: non un membro della commissione è stato convocato... Così siamo giunti dall’inizio del 2009 alla primavera 2011, per avere l’approvazione definitiva! Quasi due anni e mezzo... Ma il colpo definitivo e letale - che mi induce a rigettare la paternità del prodotto finale - è stato il decreto attuativo dell’aprile 2011.

Nel quale, professore?

...nel quale è stato introdotto l’obbligo di non attivare più di una laurea magistrale regionale, mettendo assieme tutte le università regionali, pubbliche e private chiamate ad individuarne una sola come sede della gestione della laurea e, come se non bastasse, si è prescritto che «di norma» anche il TFA doveva essere centralizzato nella stessa università. Questo ha costituito uno stravolgimento totale dello spirito del nostro progetto che mirava a superare il principale difetto delle SSIS (che pure in certe sedi hanno avuto pregi, ma sempre questo difetto), e cioè di essere nel totale controllo di gruppi cristallizzati e autoperpetuantesi di docenti universitari e di docenti delle scuole (nella figura di supervisori prorogati in eterno). Il nostro progetto mirava a creare un rapporto agile, elastico, decentralizzato, non burocratico tra università e istituti scolastici, con l’intento di «costringere» tutto il mondo universitario a coinvolgersi nella formazione (anziché delegarla pigramente ai soliti noti) e creare un più vasto apporto da parte delle scuole, non più ristretto ai soliti docenti distaccati a vita. L’intenzione era di dare linfa e vitalità al sistema, di produrre un continuo arricchimento culturale attraverso un’interazione ampia e non burocratica tra le due istituzioni.

Ma così non è andata: è prevalso il centralismo.

Invece ora ci troviamo di fronte a una struttura il cui centralismo accademico-burocratico fa impallidire l’autoreferenzialità delle SSIS: tutto è in mano dei comitati regionali universitari e delle unità scolastiche regionali, organismi troppo lontani dalla realtà culturale e didattica delle università e delle scuole. E il fatto curioso è che non si riesce a capire chi sia l’autore di un decreto attuativo tanto assurdo e sconcertante. Quel che è certo è che si tratta della rivincita delle corporazioni stataliste e centraliste che - tipico male di questo paese - hanno preferito una guerriglia vietnamita di tre anni, incuranti delle esigenze dei giovani laureati, pur di non perdere le loro posizioni di potere. Non a caso ora si parla addirittura di creazione di un ente analogo alla Codissis (la conferenza dei direttori delle SSIS) e c’è persino chi vaneggia di creare un ente nazionale unico per la formazione pedagogica degli insegnanti. Si tenta persino di sterilizzare le novità culturali contenute nelle tabelle delle lauree della primaria e delle medie inferiori, convocando riunioni in cui si compilano «syllabus» che i docenti sarebbero tenuti a seguire nei loro corsi. Altro che statalismo... roba sovietica...

Cosa si doveva fare per evitare il disastro che descrive?

Esprimere una volontà politica abbastanza forte da far approvare in tempi rapidissimi - sia pure accettando modifiche ragionevoli - il regolamento in versione non stravolta. Ma voglio terminare con un esempio della confusione dilagante. Giorni fa mi è stato chiesto perché mai si sono previsti nella tabella della LM95 dei crediti obbligatori di scienze naturali per i laureati triennali in matematica, e di matematica per i laureati in scienze naturali. Si lamenta che questa «rigidità» ora crei problemi a persone che in questo triennio si sono laureate al di fuori delle nuove regole. Ma la domanda è: quale gruppo di persone in stato di salute mentale potrebbe mai pensare di stilare un regolamento nella previsione che non venga applicato prima di tre anni?... E diciamo pure forse quattro o cinque, perché le circolari ministeriali che impongono (ora) termini strettissimi di attivazione di lauree e TFA non si accompagnano a nessun atto che prenda le misure necessarie per consentire tale attivazione in modo concreto. I numeri hanno ballato fino ad ora e non risulta che nessuno stia pensando a organizzare le prove di accesso.

La riforma più liberale e radicale sarebbe forse quella di gestire la questione docente improntandola all’autonomia della professione e del reclutamento. Un po’ quanto previsto dal pdl Aprea. Che ne pensa in proposito?

Vorrei essere chiaro in merito. Chi parla di approvazione del pdl Aprea nello scorcio di questa legislatura gravata da problemi gravissimi, vende favole e manifesta quel che molto probabilmente vi è dietro tutta questa strana vicenda: il desiderio di affossare del tutto la nuova normativa per la formazione iniziale, e di farlo rendendola irrilevante. Tanto varrebbe dire chiaramente: abbiamo scherzato per tre anni, buttiamo tutto alle ortiche e qualcun altro ci penserà, per l’intanto facciamo una mega sanatoria dei precari che quantomeno serve a rabbonire politicamente i sindacati, merce preziosa in questi tempi. Reclutamento diretto da parte delle scuole? Per fare una simile rivoluzione occorrerebbe valutarne tutti gli aspetti in modo serio e responsabile, e soprattutto crederci, altrimenti siamo a una vacua retorica aziendalista. Guardando a quel che è accaduto con la riforma universitaria, mi pare che in fin dei conti si finisce col muoversi in senso opposto, anche qui in piena subordinazione allo statalismo ministerial-sindacale.

Si è detto: liberalizziamo, le università assumono in piena libertà, e poi le valutiamo dai risultati.

Ma la riforma va in senso opposto, imponendo regole strette già per l’idoneità nazionale, regole pesanti che tolgono qualsiasi autonomia di valutazione alle commissioni. La neonata Anvur ha prodotto direttive per le valutazioni, improntate alla più ottusa bibliometria, non tenendo in alcun conto le osservazioni del Cun e del mondo universitario (e le critiche che ormai piovono dall’estero nei confronti di questi metodi). D’ora in poi, all’arbitrio delle commissioni si sostituirà quello di regole quantitative cieche, discutibili, e autorevolmente contestate. La valutazione diventerà roba da burocrati e passacarte, calcolatori di h-index. Poi, come se non bastasse, verrà la valutazione ex-post, anche questa con gli stessi discutibilissimi criteri. Altro che «scegliete liberamente, poi vi valuteremo». Qui trionfa la più occhiuta e opprimente burocrazia statalista, forse perché ormai è uno sport nazionale dire che l’università è la sentina di tutti i mali e quindi va commissariata in ogni suo atto. Dovremmo allora credere che la scuola sia invece totalmente esente da tutti questi mali, al punto da consegnare alla corporazione dei dirigenti scolastici la libertà totale di assumere? Andiamo... Non soltanto esistono anche qui mele marce, ma un singolo istituto scolastico è una struttura piccola e ben più indifesa di un’università.

Sta dicendo che prevarrebbero logiche familistiche e clientelari?

È facile immaginare cosa potrebbe succedere in certe zone del paese, dove la criminalità organizzata scoprirà nella compilazione delle liste di assunzione nelle scuole un altro lucroso giro di affari... Certo, si può studiare come prevenire questi rischi, ma non è cosa da prendere sottogamba cavandosela con la retorica dell’autonomia. Di certo, prima di fare una cosa del genere il minimo è mettere in piedi un serio, serissimo sistema di valutazione ex-post. Ma anche qui le cose non promettono di andar meglio che con l’università. I primi passi mossi in tale direzione, con i progetti sperimentali del ministero, sono stati caratterizzati da leggerezza e superficialità e c’è da preoccuparsi seriamente all’idea che vengano generalizzati. Si apprende che è in cantiere un altro progetto sperimentale in cui la valutazione degli istituti verrà affidata a commissioni la cui formazione sarà a cura dei dipartimenti universitari di psicologia... Al riguardo è curioso che non si senta la voce di coloro che si scagliano quotidianamente contro la «prepotenza» dell’accademia universitaria.

Le cose da fare subito?

Confesso di essere pessimista. Ci vorrebbe un’inversione totale di orientamento che non appare all’orizzonte. Ci vorrebbe soprattutto una fiducia nelle persone che valgono, la capacità di mobilitare le forze vive e davvero appassionate a insegnare, che credono nella cultura e nei valori e non si sono appiattite in una sterile metodologia da «burosauri». La vera meritocrazia è valorizzare queste forze, valorizzare la cultura e non i parametri. Questa è stata l’ispirazione iniziale di questo ministero, mentre ora prevale la subordinazione al corporativismo e alla tecnocrazia. Quando si apprende che verranno spesi - negli attuali chiari di luna - un centinaio di milioni per introdurre il wi-fi in scuole disastrate (vi sono scuole in cui quando piove dal tetto occorre staccare le LIM...); quando si apprende che la principale preoccupazione è spendere e spandere per tecnologia ed editoria digitale (addirittura corredata di videogiochi!); quando si leggono i tabulati dei ricchi compensi che prendono certi «esperti» per formulare test insulsi; quando si apprende che un dirigente ministeriale ha invitato gli insegnanti a stabilire in modo friendly i rapporti con gli studenti attraverso Facebook...  dopo quel che è successo in Inghilterra... bene, cascano le braccia. La via per ridare dignità alla funzione docente non è questa, non è almanaccare marchingegni tecnocratici, fare retorica e mandare a picco le riforme che privilegiano il merito.



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COMMENTI
07/09/2011 - Galeotti furono i titoli - III (Franco Labella)

C’entra in tutto questo lo stolido (per chi si cimentasse nell’impresa di “beccare” chi collabora) “dalli al collaborazionista” evocato da Israel o una riflessione politica sui guasti dell’attuale “visione” della scuola pubblica che ha coinvolto anche rispettabili servitori dello Stato che poi si ricredono sul loro impegno? Ed infine: visto che si rilasciano interviste pubbliche e non private confidenze, sarà possibile riflettere sui meccanismi che inducono rispettabili professori universitari (e ripeto non c'è solo Israel a dolersi) a fornire le loro competenze al giovane Ministro salvo ritrovare che i medesimi reagiscono come vergini violate alla fine dell'incarico? Nel porre queste domande c'entra la "partigianeria"? E allora, per dirla senza titoli metaforici, anche se "signore" sono partigiano.

 
07/09/2011 - Galeotti furono i titoli - II (Franco Labella)

1) Se stiamo discutendo di “formazione iniziale degli insegnanti” e non degli aspiranti tali in astratto (chè continuamo a fare riferimento all’abilitazione come se fare l’insegnante fosse, in Italia, equivalente a fare l’avvocato o l’ingegnere entrambi liberi professionisti) chi s’imbarca nell’impresa può ignorare il mercato del lavoro intellettuale per così dire? Cioè può non curarsi del piccolo particolare che si occuperà di qualcosa che ha a che fare con gli insegnanti nuovi e futuri e non con i sogni e il “cosa voglio fare da grande”? 2) Se il TFA non parte perché il giovane Ministro per aver tagliato e sforbiciato monte-ore lascia poche speranze a quelli che premono per entrare nella scuola, qual è l’interesse pubblico tutelato nell’aver messo in piedi un bel meccanismo che rischia di diventare come il Ponte sullo Stretto? 3) Lungi da me voler “frustare” e frustrare l’ansia da civil servant del prof. Israel ma sarà legittimo interrogarsi sul perché almeno tre o quattro illustri collaboratori (non faccio né nomi né allusioni ma la lista c’è, di qualcuno ho anche scritto ed in ogni caso non parlo di vicende “segrete”) del giovane Ministro hanno terminato poi il loro mandato isconoscendo la paternità di quanto fatto?

 
07/09/2011 - Galeotti furono i titoli - I (Franco Labella)

Lo confesso pubblicamente: scrivere un commento, in qualche caso e su qualche tema, è diventato di questi tempi, bui e tempestosi, complicato assai. Perché, invece di scrivere 10 righe sul contenuto dell’articolo ponendo qualche futile interrogativo, qualche volta devi barcamenarti fra il giovane geopolitico Palazzi che, ignorando la sostanza del corpo dell’articolo e dei commenti, mescola, per carità con levità, il Giap liberatore col Pol Pot dei killing fields evocando pure il Libro Nero (che c’azzecca assai evidentemente col TFA per via della neo-statalista giovane Ministra) e l’autore dell’articolo-intervista, il prof. Israel, che evoca, con gravità, addirittura l’interesse pubblico salvo poi raccontarci le beghe non degli ex-sissini (che sono gli incolpevoli frequentatori delle SSIS) ma dei loro supervisori portatori, evidentemente, di assai privati interessi tradotti sui biglietti da visita. Tralascio Mereghetti perchè, per dirla con levità ed in giuridichese, de minimis non curat praetor. E tu ti senti meschino e piccino ad avere fatto qualche domanda rimasta, ahimè, senza risposta. Ed allora visto che devi apparire piccino e meschino e pure poco dotto, le rifaccio le domandine in forma non metaforica, così evitiamo l'esegesi, ma rozza, com’è tipico del “signor” Labella.

 
06/09/2011 - Grazie (Fabio Milito Pagliara)

Come sempre il prof. Israel si produce in un analisi lucida e piena di spunti interessanti della qual cosa lo ringrazio.

 
06/09/2011 - Interesse pubblico, chi era costui? (Giorgio Israel)

Ringrazio Palazzi per aver interpretato perfettamente quanto volevo indicare con quella metafora, che non è chiara solo a chi continua a pensare nei termini di "da quale parte?", rifiutando di pensare alla vicenda Vietnam in modo libero (come fa Palazzi) e non partigiano. Vi sono stati molti ex-sissini che, pur non condividendo la soppressione delle Ssis hanno collaborato costruttivamente (e sia pur criticamente) per far partire il nuovo sistema. Altri hanno scatenato la guerriglia a oltranza, pur di continuare - ad esempio - a mettere il titolo "supervisore" sulla carta da visita, dovesse pur costare anni di interruzione della formazione degli insegnanti, in barba a qualsiasi interesse pubblico. È la solita malattia italiana: concepire la contrapposizione politica come lotta tra fazioni nemiche. Per cui, chi collabora col nemico è un nemico, e se poi critica o è un furbo o è un fesso che non ha capito fin dall'inizio. La categoria del pensare liberamente è inaccessibile al pensiero di un mondo di fazioni in guerra. Frattanto, si viene a sapere che, mentre il ministero chiude sui numeri, si moltiplicano le iniziative di società private per conferire la formazione in Spagna. Esse assicurano che nel marzo 2011 il MIUR ha definito una procedura di accreditamento per riconoscere in Italia il Master de Formacion del Profesorado. Ma il TFA non era un master… Non ci sono parole.

 
06/09/2011 - Quale Vietnam e quali liberazioni? (Sergio Palazzi)

Se posso leggerli con un po' di levitas, nei commenti precedenti la chiave mi sembra proprio il Vietnam. Israel lo usa come metafora, direi, di "guerra sotterranea, ostinata e paziente, fatta per minare con successo un avversario più potente su basi convenzionali". Labella scatta repente sulla sedia, per lui Vietnam significa "vittoriosa guerra di liberazione". Io, più giovane e di altra formazione, devo invece fare un certo sforzo per pensare che, da qualche marginale punto di vista, quella nel Vietnam sia stata "anche" una guerra di liberazione... cioè, ho sempre ammirato il generale Giap, ma a parte quello per me il Vietnam significa trent'anni di violenza di due comunismi ex-colleghi per spartirsi fette del mondo, il giusto tentativo di fermarli condotto in modo idiota, tragico e controproducente... ricadute collaterali dai Boat People ai killing fields all'attuale Myanmar, e lo sfruttamento coloniale antiliberale degli ultimi decenni su tutta l'area. Sarà che sono pettinato come Kurtz, ma penso alle strade che una intenzionale propaganda lastrica di più o meno buone intenzioni e le reali (e prevedibili) mete cui portano. Tornando a noi, dal lato di un bravo insegnante che attende una meritata assunzione, questa Saigon sindacalcorporativa e antiliberale ha anche un effetto di "liberazione". Ma siamo sicuri che lo sia da un punto di vista complessivo e non individuale? Che il campo di battaglia (la scuola) non rischi di sprofondare in una palude per generazioni?

 
06/09/2011 - Chi si straccia le vesti (Giorgio Israel)

Non è vero per niente che "tutto" il mondo della scuola resiste e rigetta da tre anni. Bensì ha resistito e rigettato, all'inizio, soltanto quel mondo della scuola che vedeva in Berlinguer e Moratti i suoi idoli, il mondo del costruttivismo pedagogico, dell'alleanza tra tecnocrazia e corporativismo e che paventava il ritorno alla scuola "tradizionale". Ora, dopo aver "sofferto e lottato" quel mondo si è preso la rivincita. Ma invece di applaudire al nuovo corso del ministero (quotidianamente lodato dal Corriere della Sera, portavoce dell'alleanza di cui sopra), continua a stracciarsi le vesti e a stare all'opposizione. C'è proprio chi non riesce a stare in altra postura…

 
06/09/2011 - Signori si nasce (Franco Labella)

Ed io lo nacqui avrebbe detto il grande Totò. Eviterò, perciò, di replicare. Tanto il lettore, direbbe La Palisse, legge. Tranne Mereghetti che, però, per compensazione, scrive molto e ovunque. Vorrei, in ogni caso, rassicurarlo: penso in grande e non era certo destinata a lui la mia allusione. Continui, perciò a scrivere tranquillo ed imperterrito. Firmato: il signor Franco Labella

 
05/09/2011 - Non c'è nessun perplesso (Gianni MEREGHETTI)

Il signor Franco Labella si sbaglia di grosso, non c'è nessuna disillusione come non c'è nessun perplesso, almeno dove lui vorrebbe trovarli! C'è una sola grande linea divisoria oggi nella scuola post-ideologica, da una parte c'è chi tenta di rimettere in piedi la scuola migliore che ci sia, quella dei progetti, delle regole, delle novità didattico-istituzionali, quella della razionalizzazione, dall'altra c'è chi guarda alla realtà e si commuove di fronte al desiderio di vita che ribolle dovunque. C'è chi procede per una immagine di scuola, c'è chi sta alla realtà. Chi coltiva o ha coltivato immagini, costui è disilluso o perplesso, e sul Sussidiario il signor Labella difficilmente troverà uomini di tale inconsistenza, chi invece sta alla realtà lotta, continua a lottare, certo che la questione seria non è nemmeno vincere queste battaglie di retroguardia, ma andare al cuore del desiderio, tenerlo vivo, farlo crescere. Anche il signor Labella prima o poi si troverà di fronte all'urgenza di una decisione. Per ora si diletta in analisi, anche interessanti, ma anche lui dovrà decidere se scegliere la sua immagine di scuola o se impegnarsi con la realtà della scuola. Spero che scelga per la realtà, per lui sarebbe una possibilità di gustarsi la vita a scuola!

 
05/09/2011 - Gelmini ha fallito. Questo il necrologio (Vincenzo Pascuzzi)

C’è chi l’aveva capito e intuito da subito. Altri hanno dovuto aspettare tre anni e mezzo: solo adesso realizzano e si stracciano le vesti. Perché prendersela con “corporazioni, sindacati e tecnocrazie ministeriali”? E’ tutto il mondo della scuola che, dal 2008, con coraggio, sofferenza e disperazione resiste e rigetta. Perché deprecare gli ammortizzatori sociali che – fino a prova contraria e se effettivamente tali – hanno una valenza positiva e non negativa?! P.S. Il Vietnam? Visto da quale parte?

 
05/09/2011 - Del senno di poi... (Franco Labella)

Si poteva mai immaginare di tenere scissi formazione e reclutamento? Si poteva immaginare di ignorare il problema politico del precariato(da Israel stesso ammesso come problema e non ignorato) rispetto alle costruzioni teoriche che hanno portato al TFA e che rischiano di diventare pura teoria priva di senso pratico? Si poteva immaginare di predisporre nuove "tegole" per il tetto a spiovente di un edificio non solo inesistente ma persino caratterizzato, hic et nunc, da "coperture" orizzontali? Se le risposte a questi tre quesiti sono positive, il meno che si possa dire, e chiedo venia in anticipo, è che il prof. Israel si è imbarcato in una impresa senza pragmatismo e con una notevole dose di ingenuità intellettuale. Del resto lui stesso arriva, oggi, a disconoscere la paternità di un lavoro che passa, ai posteri, con la denominazione della commissione da lui presieduta. E le azioni di disconoscimento della paternità non sono sempre agevoli e rapide... E' il tempo delle disillusioni, per alcuni, ma di solide conferme pr altri. Non tutti apparteniamo alla prima delle due categorie di soggetti. Ed è per questo che è anche un po' fastidioso leggere i nuovi "perplessi", nel cui novero c'è anche qualcun altro autorevole commentatore del Sussidiario, ora che la poltrona del giovane Ministro sembra periclitante nel possibile smottamento generale di questa maggioranza. Quanto al Vietnam: curioso si faccia riferimento ad una lotta di liberazione, per giunta vittoriosa. E' il 68..

 
05/09/2011 - popolazione italiana (francesco taddei)

Secondo gli ultimi dati Istat nel 2016 in Italia gli ultrasessantenni saranno 30 milioni di persone. Con un tasso di natalità basso come il nostro nelle scuole e nelle università il numero degli iscritti calerà per forza. Così dovrà calare il numero degli insegnanti. Si è cercato di salvare quei precari che non potrebbero fare altro. Si dovrebbe (e qui il governo pecca) reindirizzare quei 60mila senza prospettiva di cui parlava Israel. e strutturare un sistema di reclutamento e meritocrazia più semplice e snello per il futuro.

 
05/09/2011 - GRAZIE! (Gianni MEREGHETTI)

Sono d'accordo con lei, carissimo prof Israel, sono d'accordo con la sua analisi, sono poi d'accordo che ci vorrebbe una totale inversione di tendenza! C'è bisogno di un cambiamento radicale nella scuola, c'è bisogno e presto che al posto della zavorra che appesantisce la vita della scuola e si chiama statalismo si faccia spazio a libertà e merito. Se guardo a chi dirige la scuola anch'io sono pessimista, se invece guardo a personalità come lei e tanti altri uomini di cultura e di scuola mi sembra di poter avere una ragionevole fiducia in una possibilità di inversione di marcia. La ringrazio e continuiamo a tenere desta l'urgenza di una scuola libera, è un bene per tutti.