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EDUCAZIONE/ Perché la scuola non sa più coltivare "buone emozioni"?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Questa deriva spezza o allenta il filo che unisce le generazioni lungo tutte le dimensioni del tempo, nel loro incessante lavorio di costruzione della civiltà umana. Viene tradita quella che Walter Benjamin, pensatore ebreo e comunista, definiva “l’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra”, in forza della quale “noi siamo stati attesi sulla terra”. Nessuno attende più nessuno. Con ciò viene meno la relazione educativa, tutto si liquefa. Ovvio che questa onda lambisca le scuole, dove appunto i ragazzi arrivano ogni mattina, portando nello zaino quel vissuto collettivo, e che pertanto anche nella scuola si cominci, non da oggi, ad oscillare tra le tentazioni e la concorrenza dell’infotainment e l’obsoleta tradizione disciplinare ottocentesca.

E’ difficile uscire da questo tunnel ideologico a fondo cieco, se non si riconquista un’antropologia completa, attraverso una battaglia filosofica e culturale senza quartiere. “Che cosa è l’uomo?”: questa è la domanda-chiave della civiltà e perciò anche dell’educazione e perciò della didattica. Che cosa caratterizza la specie animale umana: il cuore o il cervello? l’emozione o il logos? la passione o la ragione? Domande non nuove, ma non banali, alle quali ogni epoca ha dato le proprie risposte. Se le risposte esatte fossero “il cervello”, il “logos”, la “ragione”, allora il rapporto con la realtà - e con la verità quale suo specchio gnoseologico - diverrebbe centrale nell’educazione intellettuale e morale delle giovani generazioni. E proprio perché non esiste nessuna Agenzia deputata a controllare il rapporto dell’individuo con la realtà e a somministrargli la verità - né Chiesa né Stato - per questa stessa ragione la conoscenza della realtà naturale e storica – il mondo – è l’impresa più intima, più esistenziale, più originale, più decisiva della biografia di ciascuno. E’ lì che la responsabilità personale colloquia con il destino di ciascuno.

In questa battaglia filosofica – controculturale rispetto alla deriva dominante oggi – non si potrà a priori evitare di fare i conti con la struttura ontologica della finitudine/infinitudine, che da Eraclito in avanti caratterizza la definizione dell’uomo. Cose da filosofi? No, da adulti e da insegnanti, innanzitutto! Perché non sono i ragazzi ad essere infedeli al principio aristotelico “tutti gli uomini per natura desiderano sapere”, ma sono gli adulti, a quanto pare. Se essi lo ignorano o comunque non lo praticano nella loro vita e nella loro professione, hanno poco da lamentarsi dei “nuovi barbari digitali”. E tuttavia l’antropologia filosofica non basta. 



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COMMENTI
24/09/2011 - dibattito (maria schepis)

solo ora mi accorgo che col mio commento al presente articolo ho dato vita ad un piccolo dibattito e, poichè credo al valore della discussione,sento di dover aggiungere altro. Le mie parole sono state una risposta emozionale ad un'analisi severa, dove l'attenzione é puntata solo sugli insegnanti, come se solo essi fossero la scuola. Riconosco che ci sono pessimi insegnanti così come ci sono pessimi medici, impiegati etc.,ma nei vari interventi sulla scuola mai ho visto mettere in discussione, ad esempio, i dirigenti, pescando sempre nei miei ricordi (quelli lontani per prudenza), un preside ci fece firmare per una settimana su un registro di classe "decorato" da un bel fallo (e non certo di rigore), e al mio risentimento rispose "signorina che ci possiamo fare!" Non si può discutere sul tempo prolungato, divenuto ormai un ammortizzatore sociale per insegnanti e genitori e sorto per occupare una pletora di docenti, immessi in ruolo negli anni '80 con una leggina "ad personam" che stabilizzava maestre e docenti di scuola media che insegnavano in corsi popolari veri o presunti. Non si discutono i progetti fasulli con cui si può racimolare qualche euro in più, non si discute l'assenza delle famiglie a cui in molti casi ci dobbiamo sostituire, non si evidenziano le necessità dei giovani che disturbati da problematiche varie spesso "subiscono" la scuola. Lavorare in tale contesto è una fatica, e chi cerca di farlo, non può essere il solo capro espiatorio, occorre trovare tutti i colpevoli.

RISPOSTA:

Quello che Lei denuncia è tutto vero. Ma qui stavamo discutendo di un oggetto specifico. Altrimenti ogni articolo sulla scuola rischia di trasformarsi nell'Enciclopedia del lamento. Il punto era quello della psicologia corrente degli insegnanti. E' quella che almeno tre grosse ricerche di questi anni hanno documentato (Fondazione Agnelli, Iard etc...) e che l'esperienza quotidiana conferma. Poi ciascuno parla per sé. Ma appunto occorre evitare di generalizzare esperienze personali eccellenti, proiettandole su tutto il corpo docente. Che poi questa condizione del corpo docente, ridotto a proletariato e sottoproletariato pubblico (i precari), abbia alle spalle le responsabilità dei governi, l'amministrazione, dirigenti spesso felloni è un fatto. GC

 
09/09/2011 - La logica, la logica... (Franco Labella)

Nella sua risposta alla collega Schepis Cominelli non si rende conto di essersi dato la zappa sui piedi sia col "nasometro" ma, soprattutto, con l'affermazione testuale che "soprattutto, non è confermata da nessuna ricerca empirica". Appunto, in assenza di ricerche empiriche il suo autorevole giudizio è esattamente equivalente, in quanto a prossimità con i dati reali, a quello della collega Schepis. A meno che, con la sua frequentazione delle assemblee di docenti da 40 anni a questa parte, Cominelli non ritenga di essere assistito dall'infallibilità. Quanto alla frustrazione degli insegnanti forse Cominelli magari dovrebbe porsi l'interrogativo di non aver contribuito, con qualche sua analisi non assistita da dati empirici e qualche recente intervento sul Sussidiario, a questo esito.

RISPOSTA:

Il senso della frase è opposto a quello inteso da Labella. Quando si scrive che un'ipotesi non è confermata da ricerche empiriche, si intende dire che a) le ricerche empiriche ci sono; b) che non confermano la tesi. GC

 
06/09/2011 - buone emozioni (maria schepis)

Vorrei ribaltare il rapporto tra scuola che sa coltivare "buone emozioni", la maggior parte, e quella che non ci riesce, la minor parte. Questa analisi così severa della nostra scuola mi offende un po', perchè gli insegnanti che trasmettiamo sapere (non tantissimo come i cervelloni che ci giudicano) e buone emozioni siamo la gran parte.Guadagnare "poco", non ci rende necessariamente frustrati, perché, grazie a Dio, il nostro cervello funziona e sappiamo come fare per amare e fare amare ciò che insegniamo. Il mio primissimo giorno di scuola come insegnante, ormai tanti anni fa, è vivissimo nella mia mente. Era la mia prima supplenza, avevo 23 anni appena compiuti e mi trovavo di fronte allievi sedicenni, la mia prima spiegazione fu L'Infinito di Leopardi. Finita la lettura del sonetto, nel silenzio assoluto, sentii una voce esclamare: Che bello! Capii che ero partita col piede giusto. E' stato sempre così per tutti i miei, ormai, lunghi anni di lavoro. Tanti miei colleghi potrebbero raccontare episodi simili. Rivendico per me e per la stragrande maggioranza dei miei colleghi l'orgoglio di poter dire "coltivo buone emozioni".

RISPOSTA:

Mi congratulo per le Sue buone emozioni e per quelle che riesce a suscitare. Questa non La autorizza a attribuire questa Sua esperienza alla massa degli insegnanti. Non solo non si spiegherebbe, allora, perchè la scuola generi tanta frustrazione negli studenti e, soprattutto, negli insegnanti. Ma, soprattutto, non è confermata da nessuna ricerca empirica oltre che dall'esperienza a naso di molti docenti. Dire le cose come stanno non può suonare quale offesa personale per nessuno. E' un riflesso classico, ma acritico, di ogni assemblea di insegnanti da quarant'anni a questa parte. GC

 
06/09/2011 - Quale antropologia... (Sabino Pavone)

Grazie per l'articolo che pone al centro l'immagine dell'uomo, l'attesa di una antropologia rispondente al vero. Lo "spirito del tempo" evoca l'immagine di un'entità avulsa dallo spirito e quindi soggetto condizionato solo ed esclusivamente dall'essere umano nel suo procedre evolutivo. In realtà esiste uno spirito del tempo di cui si può fare l'esperienza attraverso l'osservazione del cambiamento che i bambini già neonati portano con loro nel mondo insieme al loro destino, caripo di nuovi impegni ma anche di nuovi talenti. E' un tema centrale ed assolutamente attuale. Peccato che chi opera quotidianamente non lotti per trovare il tempo per confrontarsi su questioni così basilari: con quale immagine dell'uomo e delle sue tappe di sviluppo in questo tempo, oggi gli insegnanti incontrano i propri allievi? Quanto collegialmente è sentito urgente riprendere con-tatto con il nucleo centrale del motore di sviluppo di ogni singola individualità? E' tema per un convegno al quale sentirei di dare un contributo in quanto è epicentro di lavoro in chi oltre ad insegnare, ha a cuore l'educazione morale dell'uomo futuro. In Italia purtroppo non esiste un Forum nazionale di pedagogia, una forma strutturata per confrontare tra loro esperienze altre con una chiara identità culturale. Lo sviluppo delle neuroscienze ha dimostrato che l'atteggiamento interiore dell'insegnante promuove o boccia il manifestarsi dell'essere a seconda degli occhi con cui lo guarda, lo segue, lo ama.

 
06/09/2011 - BELLA SFIDA (Gianni MEREGHETTI)

Ho ringraziato Marco Lodoli, ora ringrazio Giovanni Cominelli, la sfida che pongono in questo inizio d'anno scolastico è interessante, è la sfida decisiva che ogni insegnante dovrebbe saper prendere sul serio. E' la divisione ciò su cui ci siamo da tempo incagliati, chi sviluppando le regole razionaliste delle procedure conoscitive, chi invece stando alle emozioni come orizzonte unico del vivere a scuola. Invece non ci sono buone emozioni senza apertura della ragione, non c'è educazione della ragione senza commozione. La questione seria è riportare in unità l'esperienza, ritrovare quel legame tra ragione e affezione che costituisce ogni essere umano. Questa è la sfida, ritornare all'umano, alla sua unità. Grazie

 
06/09/2011 - L'emozione la coltiva il cuore (claudia mazzola)

Da piccola a scuola volevo bene alle maestre, che, pur severe, avevano fascino su di me. E' il carisma dell'insegnante, ma è anche apertura dell'allievo che si fa educare con emozione.