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SCUOLA/ Breve storia dell’Apparato che blocca tutto

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Sembra quasi che ormai da più di vent’anni, ogni tentativo di intervenire per migliorare il nostro sistema formativo si risolva ineluttabilmente in un arretramento delle sue prestazioni, quantitative (dispersione tra il 15 e il 20% di ogni classe di età) e qualitative (posizioni non entusiasmanti nelle verifiche internazionali). Per molti, anche operatori della e per la scuola, questa situazione sembra ormai un dato acquisito di fronte a cui non rimane che rifugiarsi in un atteggiamento che riecheggia il detto popolare “piove, governo ladro!”. Altri, fortunatamente ancora molti, tentano di rispondere con un impegno ‘etico’ che, solo, porta troppo spesso al logoramento, anche precoce dell’insegnante. Un segnale inquietante è anche il fatto che le norme che attribuiscono autonomia alle scuola non trovano più un ‘soggetto’ in grado di proporre ragioni adeguate e, in conseguenza, in grado di assumersi le responsabilità che l’autonomia comporta. Molte prospettive professionalmente stimolanti vanno in questo modo perse.

Le ragioni di questa situazione di stallo (o di lento regresso) sono certamente molte ma una si propone con particolare evidenza: il ‘blocco’ della cultura con cui guardano alla scuola non solo operatori e decisori ma anche gli utilizzatori, che appare sostanzialmente omogenea nelle sue caratteristiche fondamentali.

Per comprendere meglio ragioni e caratteristiche di questa ‘mono-cultura’ è necessario ripercorrere i passaggi fondamentali attraverso cui si è costituito il nostro sistema formativo nazionale (sì, anche questo potrebbe essere un modo, degno e non meramente celebrativo, di ricordare i 150 anni dell’Unità nazionale!).

Un primo punto riguarda il modello che, alla vigilia dell’Unità, si è di fatto imposto, in stretta continuità con la legislazione piemontese formulata nel ‘decennio di preparazione’: sul piano della organizzazione politico-amministrativa quello napoleonico; sul piano culturale, come è anche esplicitamente riconosciuto nella presentazione della legge Casati, un peso non secondario ha il modello prussiano, espressamente citato per quanto riguarda le norme sulla libertà di insegnamento, saldamente fondato sul cosiddetto ‘compromesso’ di von Humbolt (riconoscimento della competenza esclusiva sul sistema formativo allo stato che si impegna in cambio a garantire all’alta cultura una sfera di ‘libertà accademica’). Questo sistema, che nelle sue linee generali rimarrà stabile fin oltre la metà del secolo scorso, è saldamente controllato da questa alleanza, per i primi decenni postunitari attraverso il controllo diretto dell’istruzione superiore. Il Governo presidia l’intero percorso formativo attraverso diversi strumenti: le ‘patenti’ per l’insegnamento (poi abilitazione), in vigore fin dal ‘700, che diventeranno il modello per definire l’istituto del valore legale dei titoli di studio cui segue logicamente il compito/potere di verifica, la definizione dei programmi di studio, dei tempi della suola, ecc. e l’introduzione dell’obbligo scolastico.

Su questo impianto si svilupperà nei decenni successivi un sistema, che inizialmente non coinvolge direttamente tutto il sistema formativo - la gestione della scuola elementare e della scuola tecnica è affidata ai comuni; l’istruzione secondaria (liceale) per cui, accanto al Ministero, potevano collocarsi anche enti locali - con la ricordata eccezione dell’istruzione superiore su cui il Governo esercita anche un monopolio gestionale fino alle nomine delle cariche accademiche. Nel tempo, a mano a mano che lo Stato si rafforza, lo spazio compreso nel sistema formale di istruzione si amplia, inglobando in successione istruzione tecnica e professionale e da ultimo anche scuola materna e ampliando progressivamente il tempo scolastico ritenuto necessario per perseguire i fini che alla scuola competono - prolungamento dell’obbligo e della durata dei percorsi necessari a raggiungere un titolo spendibile sul mercato del lavoro.



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COMMENTI
09/09/2011 - Alla prossima puntata? (Franco Labella)

"Inizia così la stagione delle ‘sperimentazioni assistite’ (biennio Brocca, riforma Martinez dell’istruzione tecnica e professionale, per citare solo quelle di maggior impatto sul sistema) che tanto ha contribuito al degrado della scuola secondaria". Spero che l'esplicitazione di questo giudizio negativo sarà fatta nella seconda puntata. Attendo, perciò, fiducioso. Almeno saprò, dopo quasi 15 anni di lavoro, nei bienni Brocca del linguistico e del sociopsicopedagogico, qual è stato il mio contributo al degrado. Poi ci aggiungerò anche di avere insegnato materie inutili come il Diritto e l'Economia e mi farò una ragione del perchè è meglio che mi riconverta. Magari se il collega (di laurea) prof. Crema ci fornisce anche qualche dato scientifico sul giudizio negativo espresso capiremo anche meglio perchè si siano liquidate, senza alcuna verifica sul campo, le perniciose sperimentazioni che prendono il nome dal noto "comunista" Beniamino Brocca.

RISPOSTA:

A Labella forse non è chiaro che il giudizio negativo sugli interventi degli anni '90 non è diretto alle riforma in se stesse. L'obiettivo dell'articolo era infatti quello di chiarire, con i limiti insiti nel contesto di un quotidiano online, il rapporto del nostro sistema formativo con il governo (che, ricordo, non è lo stato ma il solo 'potere esecutivo' dello stato) e con la amministrazione. Ed è a questa lettura del dato che occorre far riferimento per cogliere la logica del discorso. Purtroppo da questo punto di vista i dati sono certamente noti a Labella, sia perché attento lettore di cose scolastiche sia, e forse in modo più convincente, per il suo essere da molti anni insegnante. Le sperimentazioni assistite rappresentano un momento centrale del passaggio alla amministrazione del potere formale di decidere autonomamente le linee di intervento per modificare in profondità il sistema formativo. Sul piano dei fatti il più clamoroso esito di questo passaggio sono state le quasi 800 'maturità' che solo con molta fatica sono ora state ridotte ad una sessantina. Ma conseguenze ancora più pesanti sono quelle sul piano politico e culturale. La sperimentazione infatti è un istituto entrato nel nostro ordinamento nel 1973/74 come 'modalità con cui si esprima la libertà di insegnamento degli insegnanti'; questa norma è tuttora in vigore ma gli insegnanti non se lo ricordano. La burocrazia (amministrazione) è uno strumento per attuare le norme e non per crearle, almeno in un sistema democratico. Penso che questi dati dovrebbero sollecitare l'attenzione di Labella (e forse anche la sua preoccupazione). Come vede nessun giudizio di merito sulle riforme citate, anche se sarebbe certamente molto interessante approfondire anche questo tema. Del tutto incomprensibile mi sembra la chiusa. Che c'entrano "il noto 'comunista' Beniamino Brocca" con le argomentazioni precedenti? Spero di avere chiarito meglio il contesto in cui è stato formulato il giudizio, ma come sempre, quando ci sono queste incomprensioni la responsabilità è sempre di chi scrive. FC