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SCUOLA/ "Accorpare" troppo fa bene alla cassa, ma fa male agli alunni...

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È per questo che è giusto invocare un limite non solo numerico, ma anche di complessità generale – limite del quale, però, molti amministratori locali (i primi decisori in materia di dimensionamento scolastico) non riescono a capire bene l’importanza. Del resto, per capire che il problema non è di facile soluzione basta questo semplice dato: i comuni italiani sono 8.101 e quelli sopra i 60.000 abitanti sono 104. Ciò significa che il lavoro da fare non deve limitarsi ad applicare la nuova legge (111/2011) lasciando stare tutto quello che era stato fatto prima (applicando o non applicando il DPR 233/1998): occorre dare una sistematina a tutta la rete scolastica, cominciando subito dalle scuole evidentemente troppo sotto il livello normale (e ce ne sono ancora un sacco di solo 200/250 alunni...).

In questo panorama, la Direzione generale per il personale scolastico del Miur è intervenuta, molto opportunamente, con una Nota (prot. 10309 del 13 dicembre 2011). Da una parte sollecita l’intervento (spostando la scadenza dal 31 dicembre 2011 al 31 gennaio 2012), dall’altra sembra proprio che inviti ad evitare gli “eccessi di zelo”. Fa piacere notare che diverse considerazioni della Nota ministeriale, ispirate ad un sano realismo ed a quanto contenuto nel documento della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, si trovavano già nel documento che l’Associazione DiSAL aveva tempestivamente inviato il 2 agosto 2011 al ministro Gelmini per sollecitare un’applicazione della L.111 ferma, sì, ma intelligente.

Sono molto interessanti questi due passaggi (che, tra l’altro, ricalcano quanto proposto a suo tempo su queste pagine giovedì 3 novembre 2011): “Questa Direzione Generale ritiene che, le finalità di cui all’art. 19, comma 4 ... si raggiungono anche considerando il valore limite di 1.000 alunni (e quello limite 600 per i casi specificamente previsti) anche se tale valore viene assunto come media regionale di riferimento; conseguentemente, laddove l’organizzazione razionale della rete lo richieda, evidentemente per casi che non possono essere che sporadici, nel piano di dimensionamento potranno figurare istituti comprensivi con valori inferiori a quelli previsti dalla legge sopra richiamata, purché nell’ambito regionale vi siano istituzioni scolastiche che presentino valori che compensino adeguatamente i predetti valori inferiori salvaguardando la media di riferimento”. E poi: “... in fase di prima attuazione della norma in argomento sulla costituzione degli istituti comprensivi si potrà tener conto, con un criterio di gradualità, di particolari esigenze geografiche, socioeconomiche e legate alla ‘storia del territorio’, purché vengano comunque rispettati i parametri numerici previsti dalla legge n.111/2011 intesi come media regionale di riferimento”.

E' pur vero che la nota citata non prende minimamente in considerazione la possibilità che continuino ad esistere le “vecchie” direzioni didattiche e le “vecchie” scuole medie, come richiesto da molte parti. Su tale aspetto, probabilmente, molti resteranno delusi, soprattutto chi si era prontamente schierato a difendere ad oltranza le “gloriose” direzioni didattiche e le (forse non sempre gloriose) scuole medie. Ma questo è un argomento che si può ritenere, onestamente, di secondaria importanza. Non tanto perché si voglia disconoscere la bontà delle direzioni didattiche o delle scuole medie in quanto tali, ma perché l’argomento è intrinsecamente debole. Chi può ragionevolmente sostenere, infatti, che la “verticalizzazione forzata” sia un danno per le scuole coinvolte?



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