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SCUOLA/ I nativi digitali? Dietro l’angolo, sono "mostri"

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Ogni forma di trasmissione della conoscenza richiede una riorganizzazione cognitiva di chi apprende, ma anche di chi insegna. Pensiamo alla simultaneità del multitasking, anche durante l’apprendimento: significa distribuire la capacità, l’attenzione, la memoria di lavoro in tanti compiti differenti. È un modo diverso di apprendere.

Semplicemente diverso, o superiore rispetto al passato?

Direi solo diverso. Invece il livello di concentrazione sul singolo tema rischia di essere inferiore. Si tratta, come spesso quando si presenta qualcosa di nuovo, di una sfida: le nuove tecnologie, se usate bene, potrebbero permettere lo sviluppo di forme diverse di pensiero «laterale», o di capacità argomentative inedite – cosa che di per sé non è un fattore necessariamente negativo. L’attenzione da avere è che la velocità si sposa troppo spesso con la superficialità. Il nuovo non deve escludere il vecchio, come per il cibo: sarebbe un errore se, rapiti dal nuovo, abbandonassimo forme di pensiero «slow», lente, collaudate e salutari.

Ma dobbiamo temere o no che i giovani, fin da piccoli, imparino sul tablet?

Dipende: questo come viene proposto? Sono io che glielo domando. Il «come» – e con esso il «che cosa» – è rilevante.

Provocatoriamente, potrei dirle che per molti non importa. Il tablet c’è? Usiamolo. Anche per arginare la perdita di interesse degli studenti verso i contenuti...

Ci vuole cautela. Premesso che una scuola più informatizzata sarebbe solo da auspicare, occorre dire che il pc è lo strumento, non il metodo: su questo sono d’accordo con la critica che traspare dalla sua domanda. Di sicuro non si possono abbandonare i giovani ad un uso massiccio dei nuovi mezzi, lasciandoli in balia di se stessi. Devono essere accompagnati. Perché vede, si sta passando dalla scrittura su carta a quella sul pc, ma l’organizzazione del nostro pensiero, nella stragrande maggioranza dei casi, è rimasta lineare.

Le nuove generazioni rischiano di lasciarsi condizionare troppo dal pc?

Se questo vuol dire sfruttare al meglio quello che lo strumento ci dà, bene; se invece vuol dire essere dipendenti da esso, la cosa non va più bene. Non è la somma di informazioni messa a disposizione dalle rete che fa nascere il senso critico, ma l’educazione. Una vera educazione non può essere virtuale, ma fatta di incontri. Un incontro è altro da ciò che avviene sullo schermo di un tablet. Mi permetto di aggiungere: anche da ciò che compare sulla superficie di un quaderno.

La nostra mente contempla la nozione di infinito?



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COMMENTI
13/01/2012 - Stereotipi e Blateramenti Mediatici (Antonio Servadio)

Ecco qua uno dei rari articoli meaningful sul tema. Solitamente traboccano di sciocchezze e stereotipi fritti e rifritti, purtroppo presi come oro colato dai tecno-decrepiti. "Nativi Digitali"?! Il reciproco di genitori Tecnologicamente Analfabeti (potremmo chiamarli... ana-logici). Fortunatamente non tutti i vetero sono tecno-lesi. Lo stereotipo più ridicolo e più diffuso è che oggi i fanciulli siano "esperti" di tecnologia e di informatica. Io vedo una gran quantità di fanciulli esperti solo di videogiochi (più o meno insulsi e pure brutti). I più curiosi e svegli si industriano a sviluppare qualche abilità addizionale. In netta minoranza, alquanto rari, quei ragazzetti che apprendono autonomamente a gestire qualche strumento informatico di base. Decisamente rari i genietti. Agli occhi dell'adulto tecno-privo tutti appaiono ugualmente dotati di magici poteri o sopraffine menti. Mi sovviene di quei neo-patentati (specialmente qualche decennio fa, quando ottenere la patente corrispondeva ad un livello di istruzione decisamente scarso) che circolavano per anni come mine vaganti, pericolosi per sè e per gli altri. Abili? Si - nel percorrere strade consuete, in condizioni meteo ottimali, se ben riposati e con traffico molto scorrevole...

 
13/01/2012 - I docenti - pesci fuor d'acqua (enrico maranzana)

Quando si afferma che il “Pc è lo strumento” dotato di una propria sintassi si rinforza l’esortazione di “praticare i metodi propri dei diversi ambiti disciplinari” [regolamenti di riordino 2010] che avrebbe dovuto incidere sulla didattica. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno imperativamente affermato che la conoscenza non si esaurisce nel solo aspetto informativo: la regole di produzione degli argomenti disciplinari sono centrali e possiedono pari dignità. Chi è rimasto al palo “e parla ad una platea che fisicamente lo ascolta” non solo non trasmette una corretta immagine della disciplina che insegna ma dimentica il mondo in cui i giovani sono immersi. Chi si tuffa in un gioco di simulazione di una battaglia ne esce con una chiara, strutturata e precisa visione dei problemi strategici e tattici che l’hanno caratterizzata. Pertanto la conclusione “Essere docenti, essere allievi, implica una dimensione personale, viva, simpatetica, emotiva” non risolve il problema posto: l’ambiente virtuale in cui i giovani vivono fornisce occasioni coinvolgenti che richiedono la loro partecipazione, che li fa sentirsi protagonisti. Questa la situazione con cui deve misurarsi il sistema scuola.