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SCUOLA/ I nativi digitali? Dietro l’angolo, sono "mostri"

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Un tablet per tutti? Sì, no, dipende. «I nostri ragazzi sono nativi digitali e la loro scuola deve diventare moderna e visionaria». Lo ha detto a Repubblica il ministro Profumo, per la gioia di molti, e la disperazione di altri. Le nuove tecnologie, si sa, dividono la scuola. A cominciare dai nativi digitali: farli precedere dall’espressione «cosiddetti» per i più prudenti è un obbligo, per gli altri no perché i bebè smanettoni sancirebbero un passaggio irreversibile, l’ultima evoluzione della specie. Con Michele Di Francesco, docente di filosofia delle scienze cognitive nell’Università Vita Salute del san Raffaele, abbiamo cercato per l’ennesima volta di superare la spaccatura tra «progressisti» e «conservatori», tra disciplinaristi incalliti e fautori del «nuovo» costi quel che costi.

Michele Di Francesco, basta evocare un tablet per essere osannati o creare scompiglio. Perché secondo lei?

Nella cultura italiana c’è una antica diffidenza verso la tecnologia. Può dipendere da motivazioni culturali, come può essere una reazione psicologica alla velocità con cui dobbiamo tutti adattarci alle nuove tecnologie, che cambiano con una velocità sconosciuta in passato. Fino a ieri una persona già formata poteva doversi aggiornare su nuovi contenuti, ma difficilmente aveva necessità di impratichirsi con nuovi strumenti di apprendimento. Oggi non è più così.

Ma esistono i «nativi digitali»?

È ovvio che in questa situazione i giovanissimi abbiano una marcia in più. Ma credo che i «nativi digitali», molto più che una realtà, siano la traduzione di una inferiorità psicologica degli adulti.

E le «motivazioni culturali» che ha evocato?

Vanno ricondotte alla diffidenza verso la tecnica e la tecnologia tipiche di certa cultura umanistica.  Ma è una diffidenza mal riposta, perché l’umanesimo e le scienze umane possono avvalersi moltissimo delle nuove tecnologie. Non metterei in dubbio che scuola e università debbano essere più adeguate alla realtà in termini di strutture e metodi. Oggi l’università è un docente che sale fisicamente in cattedra e parla ad una platea che fisicamente lo ascolta. Questo accade nel 2012, ma era vero anche nel 1890.

Quali conseguenze avrebbe invece la cosiddetta «educazione digitale» sulla trasmissione della conoscenza?



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COMMENTI
13/01/2012 - Stereotipi e Blateramenti Mediatici (Antonio Servadio)

Ecco qua uno dei rari articoli meaningful sul tema. Solitamente traboccano di sciocchezze e stereotipi fritti e rifritti, purtroppo presi come oro colato dai tecno-decrepiti. "Nativi Digitali"?! Il reciproco di genitori Tecnologicamente Analfabeti (potremmo chiamarli... ana-logici). Fortunatamente non tutti i vetero sono tecno-lesi. Lo stereotipo più ridicolo e più diffuso è che oggi i fanciulli siano "esperti" di tecnologia e di informatica. Io vedo una gran quantità di fanciulli esperti solo di videogiochi (più o meno insulsi e pure brutti). I più curiosi e svegli si industriano a sviluppare qualche abilità addizionale. In netta minoranza, alquanto rari, quei ragazzetti che apprendono autonomamente a gestire qualche strumento informatico di base. Decisamente rari i genietti. Agli occhi dell'adulto tecno-privo tutti appaiono ugualmente dotati di magici poteri o sopraffine menti. Mi sovviene di quei neo-patentati (specialmente qualche decennio fa, quando ottenere la patente corrispondeva ad un livello di istruzione decisamente scarso) che circolavano per anni come mine vaganti, pericolosi per sè e per gli altri. Abili? Si - nel percorrere strade consuete, in condizioni meteo ottimali, se ben riposati e con traffico molto scorrevole...

 
13/01/2012 - I docenti - pesci fuor d'acqua (enrico maranzana)

Quando si afferma che il “Pc è lo strumento” dotato di una propria sintassi si rinforza l’esortazione di “praticare i metodi propri dei diversi ambiti disciplinari” [regolamenti di riordino 2010] che avrebbe dovuto incidere sulla didattica. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno imperativamente affermato che la conoscenza non si esaurisce nel solo aspetto informativo: la regole di produzione degli argomenti disciplinari sono centrali e possiedono pari dignità. Chi è rimasto al palo “e parla ad una platea che fisicamente lo ascolta” non solo non trasmette una corretta immagine della disciplina che insegna ma dimentica il mondo in cui i giovani sono immersi. Chi si tuffa in un gioco di simulazione di una battaglia ne esce con una chiara, strutturata e precisa visione dei problemi strategici e tattici che l’hanno caratterizzata. Pertanto la conclusione “Essere docenti, essere allievi, implica una dimensione personale, viva, simpatetica, emotiva” non risolve il problema posto: l’ambiente virtuale in cui i giovani vivono fornisce occasioni coinvolgenti che richiedono la loro partecipazione, che li fa sentirsi protagonisti. Questa la situazione con cui deve misurarsi il sistema scuola.